Devo riconoscere cristo anche quando prende la tovaglia di lino, sacra in special modo a Osiride.
.. Tertulliano.
La società romana era un grande crogiolo che ruotava attorno all'identità della cultura dell'Urbe come suo fulcro d'unificazione. In esso, le religioni possedevano la funzione di collante etnico; quanto più vasto era il loro numero, tanto più il governo centrale faceva di modo da omogeneizzarle, pur lasciandole etnicamente intatte, e monitorarle affinché non si verificassero particolarismi dovuti alla convivenza tra etnie diverse.

Il problema di Roma, diversamente da altri grandi imperi, era proprio questo: i persiani, ad es., non avevano avuto a che fare con più di due popoli di stock "etnico" diverso, ed in genere il ramo indeuropeo prevaleva sia per fattori logistici che egemonici. Invece, nella loro corsa alla conquista del mondo i romani s'erano trovati a fare i conti con le più disparate popolazioni, la maggior parte delle quali non provenivano dal loro medesimo nucleo razziale, anch'esso indeuropeo; questo stesso problema s'era già presentato con Alessandro ed i suoi immediati successori, e solo la morte prematura aveva evitato al Macedone, spintosi fino in India per saziare la sua voglia di "sapere", le ambasce che gli epigoni di Cesare avrebbero dovuto affrontare tre secoli dopo.

In una situazione del genere, molto spesso era necessario attuare dei piani di conformazione e pacificazione, specie in quelle regioni che furono già restìe all'espansione alessandrina, prevalentemente nel Levante e nella Transcaucasia.

Alessandro fu mal ripagato delle generose concessioni fatte agli ebrei alessandrini; o meglio, lo fu da parte di quei giudei che già per loro canto non riconoscevano i "connazionali" di Alessandria per via della loro familiarità con una cultura che giudicavano esecrabile e corrotta. Per questo motivo, "giudeo" divenne anche una sorta di sinonimo di "ingrato". Dal canto loro, i greci stimavano altrettanto perverse certe pratiche ebraiche, come la circoncisione, e non gradivano lo sdegnoso elitarismo di un popolo che si riteneva "eletto", quasi gli ebrei non mangiassero e defecassero come tutti gli altri vili mortali; anzi, quanto più li si copriva di considerazione, tanto più questi credevano che le dimostrazioni d'incentivazione fossero segnacolo di debolezza, e tentavano quasi automaticamente di "convertire" gli "aggressori". Era un atteggiamento atteso, da parte di un popolo che, per la sua posizione logistica, si era trovato ai ferri corti con quasi tutti i dominatori della storia, ed aveva creduto che il fanatismo verso il proprio dio avesse costituito l'àncora di salvataggio che gli aveva impedito di cedere ai "corrotti costumi degli infedeli"; neppure i greci erano stati da meno, solo che erano riusciti a prendere le cose con proverbiale filosofia.

Tanto non poté comunque evitare che questi ultimi considerassero l'ebraismo una religione barbara, tipica delle genti dei deserti, a contatto con le solitudini bruciate e con i loro animali: per questo fu la più criticata e meno accettabile per loro, che arrivarono quasi al punto di provare susseguo persino nel parlarne. Tale atteggiamento fu ereditato dai romani, che si spinsero a intessere nell'astio anche forti elementi di diffamazione, più o meno motivati da evidenze fattuali.

Dopo la morte del Macedone la situazione divenne gradualmente insostenibile, portando agli estremi che abbiamo illustrato; passata la mano ai nuovi dominatori, i problemi si acuì, anziché scemare. Le componenti etniche dell'ebraismo risultavano assolutamente impossibili da digerire, per i romani, abituati a tutt'altro tipo di religioni.

Da Cesare a Traiano, quando l'impero raggiunse la sua massima estensione, fra i tanti culti ve n'erano alcuni in particolare che godevano d'estrema popolarità: si trattava di culti demotici, misterici, che esaltavano le componenti disarticolate dello spirito umano. Fortemente sentita era la devozione nei confronti di Eracle, Asclepio, Apollo e Marte; soprattutto il secondo aveva assunto una popolarità tale da meritare onori anche fra i barbari come divino guaritore, sicché le leggende su Asclepio raggiunsero e talora superarono i confini dell'impero. Non si trattava, però, di culti organizzati, fra i quali quelli di Dioniso, Cibele, Iside e Mitra erano i principali: i primi tre erano prevalentemente di tipo agrario, nel quale il ciclo del raccolto o della vendemmia era inteso come un mistero perenne, mentre il mitraismo aveva un carattere piuttosto diverso, sebbene anch'esso collegato a nozioni agrarie e millenariste.

In particolare, il culto di Dioniso fece registrare una escalation vertiginosa, tale che sarà superata (a paragone relativo) solo da quello di Mitra; per certe sue caratteristiche, pure quello dionisiaco fu sottoposto a misure coercitive sin quando non fu messo definitivamente fuorilegge, e dal momento che non contemplava fattori politici, il revival si spense quasi subito pur rimanendo comunque intatto nell'inconscio collettivo. Dal canto loro, quelli di Cibele e Iside non furono mai assai uniformemente diffusi, per via delle loro caratteristiche: erano di provenienza orientale e africana, quindi abbastanza relativamente comprensibili a una società centrale di stock indeuropeo, diversamente dagli dèi greci. Nondimeno, il primo di questi ultimi due aveva sempre suscitato ribrezzo nei romani, per il tipo di prassi cultuale e di "celibato forzato" dei suoi sacerdoti, al punto che essi ne imposero l'esercizio soltanto ad eunuchi d'origine frigia. Fu, comunque, un culto assai sentito, se considerassimo già soltanto il fatto che l'odierna icona della Patria comunale riscuote credito dalle antiche raffigurazioni di Cibele con la corona turrìta; ciò probabilmente ricalca la nozione della dea intesa come salvatrice di Roma.

Per il motivo opposto, il persiano Mitra si radicò in maniera diremmo indissolubile, sia perché d'origine indeuropea che per qualità di tipo marziale, assai ben gradite all'indole dei romani. Essendo legato soprattutto a concetti guerreschi, Mitra divenne il dio prediletto dei militari, che lo diffusero in ogni parte dell'impero: egli era colui il quale, sacrificando il Toro primordiale, rivivificava la terra e l'uomo, mondandolo col sangue dell'animale. Questa scena era rivissuta dai fedeli con il "battesimo" nel fluido vitale dei tori sacrificati, un tipo d'iniziazione condivisa pure nel culto di Cibele e, in una certa misura, di Dioniso.

Il mitraismo era un culto "segreto", ma qualcosa tuttavia trapelava comunque, di modo tale che persino i "padri" della chiesa fossero al corrente delle sue liturgie, al punto da postulare un intervento del demonio nelle innegabili identità tra il mitraismo e il cristianesimo; i "demoni" non previdero, però, che nel giro di mezzo millennio i cristiani avrebbero copiato quasi tutto dal mitraismo, dalla mitra (ci si chiede chissà da dove provenga questo termine?) sacerdotale all'ostia di grano, persino al titolo di "papa". Invero, il dio persiano arrivò a Roma quasi un secolo prima di Gesù, e qui, dopo un periodo di preparazione, sbocciò in maniera incontenibile fondendosi poi col culto del Sole; per tutta risposta, come certuni esegeti ammisero fino ad oltre l'Anno Mille, i ministri del nuovo culto copiarono e riadattarono liturgie e usanze mitraiste per invogliare i pagani a defezionare al cristianesimo. I Gentili sarebbero stati indotti a farlo dal fatto che il cristianesimo estendeva la pratica del culto a tutti, non solo a pochi come faceva il mitraismo.<%pagebreak()%>La risposta all'ebraismo integralista risiedeva quindi nella risuscitazione e nell'accorpamento di tutte le divinità "pagane" esecrate dagli ebrei, per giunta riproposte sotto le mentite spoglie di messianesimo giudaico con una perversa ma efficace tecnica di covert operation: ma dato che da un lato le religioni già presenti nell'Urbe non offrivano una soluzione di continuità per un pretesto di dissacrazione locale, era anche necessario trovarne qualcuna proprio nell'area in questione, dato che, sebbene orientali, Marduk e Mitra erano ancora sin troppo noti per poter esaurire a questo scopo in maniera discreta. In particolare, il baalismo era la religione che più aveva ricevuto critiche dai primi: era normale riproporre il nuovo dio dietro i paramenti dissimulati di Baal-Adon nelle aree levantine e riassorbirlo secondo maschere latino-grecoidi in occidente.

Quei genii che costruirono il cristianesimo in pratica accerchiarono il giudaismo unificando idealmente un'immensa fascia geografica che spaziava dalla Turchia (Attis) alla Siria (Baal-Adon) alla Mesopotamia (Marduk) fino all'Egitto (Osiride e Horus), focalizzandosi sul nodo siro-fenicio per motivi estremamente facili a comprendersi. D'altronde, pochi riescono a ricollegare su due piedi l'evidenza del fatto che la Galilea e dintorni, ove Gesù svolge il suo mandato prima della crocefissione, giace in quello che fu l'antico territorio della nazione di Canaan. Un problema che non ci si poneva era quello degli dèi incarnati: gli inviati speciali zoroastriani e gli avatara induisti erano sin troppo vicini a Gesù, ma fortunatamente si trattava di elementi nozionali poco noti all'occidente, che attecchirono per la propaganda effettuata sul modello e per l'effettiva suggestione che suscitavano.

Qui entriamo in un ambito veramente complesso, che fa risaltare la natura poliedrica del nuovo culto, un vero e proprio frankenstein di mitologie allogene accorpate in un "unico" personaggio. Il fattore dell'implicazione è scatenante: se io dico che il nome di dato dio del passato era formato dalle stesse radici di uno del presente, e lì mi fermerò, non susciterò un vespaio tanto quanto potrebbe accadere nel caso in cui avrò aggiunto che tanto implica a fondo il fatto che il secondo sia una sua copia recente.

Premettendo che la mitologia cananea fosse affine a quella mesopotamica quanto a strutture e significati, ma diversa quanto a sviluppi discorsivi, Baal rappresentava il Sole nel suo ciclo annuale, e, come tale, si moltiplicava in varie manifestazioni e personificazioni periferiche a seconda del periodo stagionale, il che originava le ben note caratteristiche di attribuzione multipla proprie alla mitologia del passato, con la variante che perlomeno in quei casi non era difficile scorporare le maschere dal significato, diversamente da quanto avviene per il cristianesimo; così, alla lettera Baal significa "Signore" o "Padrone" o "Sposo", ma il dio era Baal-Adon come Sole per eccellenza, Attar-Baal come simbolo del Sole "fittizio" (sovente rappresentato dal pianeta Venere), Baal-Tsafon come dio del nord, Baal-Zebul in qualità di protettore, e via di seguito. Il simbolo di Baal era la ruota a quattro raggi equilateri, un esemplare della quale, rinvenuto ad Hazor, è perfettamente identico a quello stampato sulla mitra cerimoniale del pontefice, oltrechè alle "aureole" del cristo.

Queste contaminazioni, già interconnesse negli stessi culti considerati, che coabitavano più o meno pacificamente nella Roma "pagana", si riproposero pari pari anche nel nuovo pure nei dettagli apparentemente più discreti. La mitra, che già per nome è di chiara derivazione, ricalca ancora le fattezze del copricapo a forma di testa di pesce dei sacerdoti di Dagon (v.), il mitico dio anfibio definito padre di Baal ex aequo con El, che nel mondo classico sarà riproposto come Oannes (secondo la storpiatura di Odakon, grazie a Beroso); questo era un dio civilizzatore legato al grano e all'acqua equivalente al babilonese Enki-Ea, e molto spesso era rappresentato nell'atto di aspergere dell'acqua come per purificare.

I "critici" hanno asserito che lo stesso nome di questo curioso copricapo implica qualcosa che non fu unico solamente alla religione mesopotamica: ciò sarebbe placito, e potremmo pure parlare di modelli casualmente condivisi se non fosse che dalla base di questo copricapo si espande una coda di pesce, replicata alla perfezione dalle frange bifide e squamate dell'odierno cappello "papale". Il grano, i pesci e l'acqua svolgono senza dubbio una parte importante nella congerie teorica e prammatica del cristianesimo; il battesimo stesso e l'eucaristia sono un'estensione di tali funzioni, ed anzi, a proposito di Oannes, non è nemmeno improprio osservare come questo stesso nome, pur storpiato dalla traduzione di Beroso, consòni in maniera molto inquietante con quello del "Precursore", un personaggio secondario soltanto sulla carta, dato che la chiesa ha inteso come rito di introduzione nella comunità dei Giusti non già qualche prassi insegnata da Gesù, bensì quella propria ad un attore di contourage come "Giovanni"... rito che è stato ad ogni modo praticato pure presso i "pagani" oltreché dagli esseni.

In sostanza, tutta la neo-mitologia cristiana è prevalentemente solarizzante, con sfumature astrali varie a seconda del contesto rituale: le feste sono legate ai cicli dell'anno; la domenica, primo giorno della "settimana" ebraica, non fu prescritta nei vangeli, ma era dedicato a Mitra dai persiani e al Sole presso egizi e caldei, dai quali l'uso della settimana pervenne in occidente; l'orientamento delle chiese è ancora solare; gli obelischi che il cattolicesimo ha "ereditato" dagli egizi, così come furono estorti persino i ventagli di piume di struzzo dei faraoni, erano simboli solari; gli stessi paramenti ed abiti sacerdotali continuano ad essere pressoché identici a quelli dei loro antenati di Babilonia e Israele; gran parte dei rituali d'ufficio e di "esorcismo" ricopiano quelli latini, egizi e caldei.

Questi dettagli molto spesso passano dietro nota perché sono connaturati ed automatizzati nel culto, e soprattutto a cagione dell'attività degli apologeti, i quali si sono sempre ingegnati a "smentire" queste identità oggi come allora. Gli stessi sacerdoti trovano arduo asseverare ciò non tanto per questioni di parte, bensì perché vivono, praticano, indossano questi retaggi, e i laici non desiderano andare "controcorrente" per ben ovvi motivi. Il cristianesimo è zeppo di nozioni e rituali che riflettono una superstiziosità scaramantica a dir poco morbosa, per non dire caldea; eppure, siccome è la "religione" di quest'epoca e dell'Occidente, nessuno obietta se si usa benedire una casa o esorcizzare un "indemoniato" con acqua e sale come al tempo degli ashipu babilonesi.

Non è possibile ammettere i fatti dopo tutto quel che è stato perpetrato in quei fatidici tre secoli al fine di denigrare il passato, semplicemente per riproporlo sotto mentite spoglie: in fondo non ci sarebbe stato nulla di male nell'ammettere la cosa, se solo non fossero intervenute delle cause di force majeure tali da obbligare a certi espedienti machiavellici, né si poteva stravolgere il passato adottando nuove costumanze, rituali e paramenti, dato che Gesù non aveva lasciato alcuna disposizione in merito, diversamente da quanto fa Yahvéh nella Bibbia.

Invero, dicono gli avvocati di dio ed altri acrobati, tutto ciò è assurdo, e fa parte delle solite (!) teorie di cospirazione che vedono i cattolici impegnati a complottare per la conquista del mondo: vero è che risulta assai difficile pensare a una Reconquista quando si parla di "spiritualità", ma vero è pure che in certi casi la tecnica del ridicolo non paghi, poiché all'interno del cristianesimo non ci sono solo delle tematiche solari, ma tanto altro di "pagàno". In realtà, non sarebbe stato necessario fare carte false per due millenni, controbattendo in maniera oltremodo patetica delle evidenze inconfondibili, qualora il problema non risiedesse nel plagio, e se precedentemente non fosse esistito qualcosa che mostrava tante di quelle analogie da dover far entrare in campo dei demoni plagiarii.

Avremo modo di ampliare il discorso a tempo debito; qui diremo che tutto quanto la chiesa ha fatto, è stato divinizzare un dissidente come "figlio di dio", accorpandolo a tematiche solari che i "padri" si proccupavano di smentire coram populo, mentre nella loro produzione interna lo esaltavano come "Sole nostro", "Sole vero". Pure questo atteggiamento condivide la mentalità del "è necessario così": l'astro diurno, inteso quale fonte di vita, poteva anche essere tirannico e maligno, alla maniera vedica, ma ci si doveva piegare al suo volere perchè era il "signore" di tutto, cosicché chiunque avversasse questo culto era indubbiamente un seguace dei figli delle tenebre, e come tale destinato inevitabilmente alla perenne sconfitta per volere di dio. Tanto quanto i seguaci dell'egizio Seth o del persiano Ahriman.

Introdotto tutto questo, passiamo al dettaglio nel prossimo capitolo, inoltrandoci più propriamente all'interno dell'analisi delle componenti mitiche.
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