Io, Gesù, sono la radice della progenie di David, la lucente Stella del Mattino.
.. Apocalisse 22.
Oltre al Sole, c'era un altro corpo celeste che nell'immaginario dei mitografi del passato incarnava il concetto di morte e resurrezione: la presenza di tematiche inerenti a questo corpo celeste nei vangeli e nella letteratura defluente, corrobora la tesi del mosaico di fonti e nozioni. A meno di non pensare pure in tal caso a fortissime influenze condizionanti, capaci di obliterare il senso critico tramite la fede ossessiva, sarebbe molto interessante sapere per quale motivo non ci si chieda come mai determinate ben note figure astrali non siano riconosciute nel cristianesimo, nonostante la loro pesante intrusione: è il caso del pianeta Venere, che rientra nella teologia cristiana sotto il nome della Stella del Mattino, attribuito sia a Maria che a suo figlio. Non v'è da stupirsene: tutte le dee-madri del passato erano legate alla Terra, alla Luna ed a Venere, mentre la loro progenie rappresentava sia il Sole che la Stella del Mattino.

Il fatto che tali caratteristiche siano condivise non ingenera aporia, nel quadro in cui i mitografi intendevano le condivisioni: né deve stupire il fatto che Venere fosse legato prevalentemente a divinità femminili, per quel che concerne attinenze col modello cristiano. In certe circostanze, l'Ištar guerriera aveva pure degli alias maschili (anzi, era rappresentata barbuta), e nel ciclo di morte e resurrezione egizio osserviamo Iside compiere gli identici miracoli dell'androgino Gesù evangelico, elemento inscindibile di un culto duale insieme alla madre Maria, alla quale il fedele oggi si rivolge dicendole "Stella del Mattino, prega per noi". Tale ambivalenza era riflessa nel culto devoluto alla dea: al pari dei galli di Cibele, i seguaci di Ištar erano prevalentemente dei prostituti, maschi e femmine, travestiti ed eunuchi. In tal modo si intendeva sintetizzare le due sessualità così da partecipare del bipolarismo della natura e distaccarsi dal contingente, una pratica che osserviamo frequentemente sia nel mito sia nello shamanesimo di travestimento rituale, e che per i greci era sintetizzata tanto nella storia di Attis quanto in quella di Agdistide castrato da Dioniso, o meglio ancora, in quella della primordiale evirazione teogonica di Urano da parte di Crono, i cui genitali cadendo nell'Oceano generarono i giganti e Afrodite.

Questo pianeta è sottoposto ad un ciclo alternante, nel corso del quale sparisce per tempo dalla volta celeste inabissandosi nell'emisfero meridionale, per poi ritornare nuovamente visibile. Precedendo il Sole, Venere dà "vita" all'astro diurno, mentre quando si inabissa negli "inferi", il significato cambia: il pianeta diventa "diabolico", ed è punito per la presunzione d'aver voluto soppiantare l'Altissimo (ebr. El Elyon). Per tal motivo oggi riesce assai dificile capire come mai lo stesso corpo celeste sia ad un tempo il simbolo di Maria e Gesù, e in un altro quello del "demonio"; grazie al camouflage ecclesiastico, siamo stati abituati a dissociare il nesso così come facevano i babilonesi, pur sapendo che si trattasse dello stesso pianeta.

L'aspetto duale di Venere inteso come divinità dei morti e dei vivi, dell'amore e della guerra, deriva proprio da queste sue caratteristiche di meccanica astronomica, ed era collegato universalmente soprattutto al tema della discesa agli inferi, della vittoria sulla morte e della resurrezione, ma sebbene tali caratteristiche riguardino per eccellenza questo pianeta più d'ogni altro, qualsiasi corpo celeste che sorge eliacalmente (ossia insieme al Sole) è una "stella del mattino". Pertanto, non è sorprendente neppure il fatto che le caratteristiche fossero mutuabili ai pianeti interni della corte del Sole; in effetti, ad esempio anche Marte e Mercurio rientrano nel novero dei simboli dell'eroe sottoposto a fasi alterne d'esaltazione e disgrazia: in particolare il primo, date le chiare attinenze alla violenza ed alla guerra che gli antichi mitografi ricollegavano al pianeta rosso, allo stesso modo in cui Lucifero aveva carattere guerriero diversamente dal sensuale e femmineo Espero, la Stella della Sera.

Nondimeno chiaro è che tale modello costituisca un palliativo di quello solare; anzi, il pianeta era l'araldo specifico del Sole, cui era associato, cosa nota e ripetuta senza timore dai "padri", come notiamo da un passo di Clemente Alessandrino:

"«Svegliati» dice Gesù «tu che dormisti tra i morti, e cristo ti darà la luce, egli che è il Sole della resurrezione, colui che sorge prima della Stella del Mattino, e che elargisce vita coi suoi raggi!»".
<%pagebreak()%>Venere appare come Lucifero o Espero per nove mesi in una sequenza di diciannove, rimanendo invisibile per un mese; il motivo per cui, guardando dalla Terra, il pianeta precede e segue il Sole, è che si tratta di un astro interno come Mercurio, che però è troppo vicino per poter essere osservato: ciò implica che sia visibile in queste due sue "forme" nell'immediata vicinanza del Sole, donde lo stretto legame con l'astro diurno, indipendentemente dalla peculiare brillantezza di Venere. La sovrastruttura di questo moto è descritta con una stella a cinque punte, popolarmente nota come pentagramma, simbolo delle stazioni di Venere sui cinque punti che il pianeta tocca nello zodiaco durante il suo ciclo stilizzato nella congiunzione superiore ed inferiore del pianeta.

Allo stesso modo, la stella di David riprende le congiunzioni di Mercurio nonché il ciclo di congiunzioni fra Giove e Saturno, che si presentano anch'esse nello scenario del tempo in cui è posta la natività di Gesù unitamente a Venere, formando un grande astro unico. Questa serie di eventi concatenati potrebbero ricollegarci alle nozioni persiane sulla "lotta" tra Venere e Giove all'epoca della nascita del messia, premesso che il primo dei due pianeti sorse all'alba nell'aprile dell'anno in cui si pone la crocefissione.

Il pentagramma è un simbolo antico tanto quanto la croce, dato che già i sumeri lo usavano come particolare grafèma di rosa dei punti cardinali sin dal periodo di Uruk IV, mentre presso i loro eredi babilonesi lo troviamo fra gli emblemi di Marduk, ma certo è che anche in questo caso sia stato noto a parecchie culture, dai galli, ai celti, agli hindu, ebrei, cinesi, etruschi, egizi, dai quali lo conobbe Pitagora durante il suo soggiorno in Egitto, e da lui probabilmente passò ai filosofi greci successivi, primo fra tutti Platone. Lungi da significati esoterici, che al limite sortiscono dall'ignoranza della sua originaria definizione, tale figura riveste un suo senso compiuto nell'economia generale della struttura astrale, le cui discendenze favolistiche e magiche sono peraltro ben note, se consideriamo ad es. che, poiché gli angoli che individuano questa forma sono di 72 gradi e suddividono l'anno solare in cinque parti di altrettanti giorni (1), si spiega la leggenda salomonica secondo la quale il figlio di David (che innalzò un templio appunto in onore di Astoret) utilizzò questo simbolo come sigillo per imprigionare in una giara gli altrettanti demoni che lo aiutarono a costruire il Templio.

I sacerdoti astronomi caldei compivano queste operazioni di trasposizione e sintesi all'ordine del giorno così come facevano quelli precolombiani, per i quali il calcolo del ciclo di Venere costituiva una vera e propria ossessione, dato che era legato al mito del ritorno di Quetzalcoatl. Di là della distinzione fra le due forme grafiche del simbolo, alle origini il pentagramma non fu quindi un'icona maligna, dato che nella sua forma standard costituiva, al pari della croce, una protezione contro il male, al punto che non dovremmo stupirci se Costantino lo incise addirittura capovolto sul retro del proprio sigillo insieme al monogramma null, né che lo troviamo in parecchi edifici di culto o che i proto-cristiani lo sostituivano frequentemente alla croce all'inizio di ogni loro iscrizione: nondimeno, per gli ebrei era non solo il simbolo dei cinque libri del Pentateuco, ma anche quello di Gerusalemme (alcuni dei quali scolpiti fra i bassorilievi della sinagoga di Cafarnao) sin da mezzo millennio prima di Gesù. Potremmo pensare che fu definito simbolo diabolico probabilmente a partire dai processi ai templari e delle congetture di qualche sconclusionato esoterista, sulla stessa scorta del motivo per cui si equivocò Isaia a proposito di "Lucifero" (2).

Quando Venere completava questo ciclo riemergendo dagli "inferi", la vita rinasceva e i "santi" resuscitavano. Tanto quanto nel caso di Baal e dei santi risorti durante la passione di Gesù, i "morti" di cui si parla nel poema di Inanna sono gli astri che risiedono nell'emisfero invisibile del cielo, poiché nell'immaginario mitologico la retta passante per i due punti equinoziali ripartiva il cerchio zodiacale in due zone costituite da sei costellazioni ciascuna, che individuavano il paradiso e gli inferi: è chiaro per qual motivo nessun "profano" notò i macabri eventi descritti durante la passione di Gesù. È superfluo sottolineare che, nonostante evitassero accuratamente d'ammettere che l'aldilà fosse piuttosto un'estensione platonica del trascendente inteso in chiave astrale, pure i cristiani fossero consciamente a parte di simili convenzioni, come ci fa comprendere il vescovo Vittorino da Petovio nei Commentarii alla creazione del mondo:

"Il giorno [...] è diviso in due parti dal numero dodici, dalle altrettante ore di giorno e notte; e a partire da queste sono calcolati i giorni, i mesi e gli anni. Pertanto, sono disposti in concordanza dodici angeli del giorno ed altrettanti della notte. Questi sono i ventiquattro testimoni di giorno e notte che siedono dinnanzi al trono di dio con corone d'oro sulle loro teste, e che Giovanni nell'Apocalisse chiama «anziani» poiché sono più antichi sia degli angeli che degli uomini" (3).

Ancora al suo tempo, Diodoro Siculo ci informava già su questa suddivisione, risalente alla Caldea, scrivendo che

"oltre il cerchio zodiacale, i caldei fissano ventiquattro stelle, delle quali metà situate nella parte settentrionale, ove essi assegnano il «mondo dei vivi», e le altre, invisibili, nella seconda, quella meridionale, che corrisponde al «mondo dei morti», e le chiamano «giudici dell'universo»" (2.28).

Concezioni del genere, che risalivano già allo zoroastrismo con la resurrezione dei morti da parte di Saoshiant ed altre nozioni analoghe, le ritroviamo pure nell'escatologia pre-giovannea, ad esempio in Enoch, quando il settimo patriarca ci parla della punizione comminata agli angeli ribelli esiliati sulla Terra al seguito di Azazel:

"Queste stelle che ruotano intorno al fuoco al pari di quelle che, al loro sorgere, osarono ribellarsi agli ordini di dio, suscitarono la sua rabbia, ed egli le incatenò per mille anni fin quando non avranno espiato il tempo del loro peccato" (18).
<%pagebreak()%>Ci troviamo dinnanzi a modelli sostanzialmente ibridi, noti anche nel Levante palestinese, Israele compreso. Gli ebrei adorarono Venere nel periodo in cui la loro teologia era ancora legata a temi pastorali della vita nomade, ma quando essa si evolvette al contatto con altre civiltà, il culto di Venere, peculiare delle genti semite, fu abiurato a favore di altre deità astrali, sicché il pianeta e le divinità ad esso legate (ad es. Astarte) divennero l'epitome del Maligno; appunto dagli ebrei, con Isaia, proviene il legame indiretto fra Satana e Lucifero come Stella del Mattino, l'unico in tutta la Bibbia, ma con il suo simbolismo altamente politicizzato il profeta alludeva probabilmente al fatto che Venere non riesce ad innalzarsi fino alle circumpolari quando riemerge dagli "inferi", e per questa sua meccanica presunzione viene punito da dio, ossia dal Fato ineluttabile e spietato che fa ruotare l'ingranaggio dei cieli.

Le derivazioni pagane di questo passo sono assai evidenti: Isaia scrive letteralmente "Heilel ben Shahar", ossia "Luminoso figlio dell'Alba", ove Heilel è un termine d'origine babilonese, costituendo uno dei tanti nomi di Marduk, Illel, ossia Lucente, mentre Shahar era uno dei sette figli maggiori di El, che con il gemello Shalemu simboleggiavano rispettivamente per l'appunto Lucifero e la sua controparte serotina; altri alias cananei del pianeta Venere erano Attar il Feroce e naturalmente le due sorelle Anat e Astarte, antitetiche come lo sono la querimoniosa Marta e la prostituta Maddalena. Questa "eredità" ha portato i contemporanei al solito cumulo di "interpretazioni assorte", sovente spassose, su questo termine, come ad esempio quella di alcuni "dotti" rabbini a proposito di Lucifero addirittura inteso quale sposa di Yahvéh (4)! Non c'è dubbio che Venere sia un astro "ambiguo", ma questo parrebbe presumere un po' troppo dall'ispirazione divina.

Dopo Isaia, per ritrovare Lucifero dovremo attendere l'Apocalisse, nel passo in cui Gesù si paragona proprio al Ribelle, "la lucente progenie di David" (22.16), proprio come lo è Horus nei Testi delle Piramidi in veste di progenie di Iside, la dea di Venere e di Sirio: in questo caso gli esegeti amano reputare che si sia tornati al pristino significato anodino di Venere, come in effetti è, dato che la Stella del Mattino aveva indubbio significato positivo per i cristiani, a giudicare da passi come il 1.19 della seconda Lettera di Pietro.

In qualità di vittima predestinata, Gesù assume quindi le connotazioni di un modello di capro espiatorio accorpato a simbolismi astrali e misterici di varia provenienza, oltreché a quelli messianici inseriti nel mélange; l'ossatura avventizia del tema azazelico è essenzialmente espiatoria, anche perché pure Azazel è un personaggio geminale. Campionarii del genere, ampiamente sfruttati nei temi mesopotamici (Gilgamesh e Enkidu, Dumuzi e Ninghizzid o nello stesso rapporto simbiotico fra Inanna e l'amante), sono replicati nella Bibbia a partire da Caino e Abele passando a Giacobbe ed Esaù per finire ai gemelli di Tamar: lo sviluppo generico di vicende del genere richiedeva regolarmente che uno dei due componenti della coppia soccombesse oppure venisse sacrificato al posto dell'altro onde ottenere il riscatto o la redenzione della comunità. Peraltro, in ogni mito analogo assistiamo alla presenza di due calchi del medesimo personaggio, gemelli o fratelli, il più delle volte antagonisti o diametralmente contrapposti quanto a caratterialità (5): non è necessario sottolineare che un dualismo di shifting di questo tipo, un espediente di sostituzione sulla scia di quello di Attar-Baal e Môt, sussista anche per la vicenda di Gesù, incarnato nelle figure di Barabba e Giuda Tommaso.

Mettendo da parte il primo (di cui abbiamo già parlato), il secondo era detto Dìdimo, ossia Gemello (6), mentre Giuda significa "Benedetto"; come accade per parecchi altri nomi attribuiti a persone nei vangeli e nella Bibbia, anche quello di Tommaso consiste piuttosto di un aggettivo — nella fattispecie, d'origine siriaca — che di per sé significa già proprio gemello, ossia indica un personaggio dal nome raddoppiato quasi per enfatizzarne la valenza. Oltre a richiamare il termine akkadiano masshu (ancora "gemello") con rinvio omofonico a mashiah, il nome è simile al caldeo-siriaco Tammuz, la cui festività personale non a caso cadeva in giugno, nel mese della costellazione dei Gemelli (7), che per i sumero-akkadiani rappresentavano Gilgamesh (ed anche Nergal) ed il suo inseparabile pard; per inciso, è significativo che Bethleem, presunto luogo di nascita di Gesù, non fosse soltanto la città natale di David, ma per l'appunto anche un centro di culto di questo dio, con un santuario precedentemente dedicato a quello cristiano che fu poi ripristinato da Adriano, come attesta Geronimo.

Tale dualismo, che verrà espresso sotto vari modelli, appare sin dalle tormentate genealogie dei vangeli, nei quali gli antenati dell'idolo cristiano erano i gemelli Farez e Zara, nati dall'unione fra Giuda, figlio di Giacobbe, antesignano dell'omonimo traditore evangelico, e sua nuora Tamar, la quale, travestitasi da prostituta, giacque con lui a sua insaputa. Fra i due, Zara era stato contrassegnato da Tamar con un nastro scarlatto per differenziarlo da Farez: tale simbolismo riecheggia quello del capro per Azazel, col quale sacrificio si intendevano esorcizzare i peccati dal popolo e trasferirli sul capro che simboleggiava il demone.

L'innesto del modello venusiano nella concezione del sacrificio consumato a pro della comunità e della rinascita della natura, non è disatteso. A meno che non si tratti di un folle o di due personaggi simbiotici, il pugnace Gesù che imbonisce sé stesso magnificandosi più di Salomone, che predica peste e fuoco, che è venuto a portare non la pace, ma la spada (Mt. 10.34-37), non è un placido predicatore dell'amore, bensì lo stereotipo di un ribelle che è al contempo untore e guaritore:

"Sono venuto a portare il fuoco sulla Terra; e come vorrei che fosse già appiccato! C'è un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla Terra? No, vi dico, ma la divisione! D'ora innanzi, in una casa [...] si divideranno [...] il padre contro il figlio, la madre contro la figlia [...] Se uno viene a me e non odia il proprio padre, la propria madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e persino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Lc. 12.49-52, 14.25-27).

Queste parole apparentemente contrastanti con gli usuali discorsi d'amore sparsi nei vangeli, riscuotono anch'esse una loro prototipazione esterna; le ritroviamo riprodotte quasi alla lettera nello Zand-i Vohuman Yasht (2.30) e già duemila anni prima nell'epica dedicata ad Erra, antenato del dio degli inferi e della pestilenza Nergal, il nume del pianeta Marte, definito anch'egli "figlio di Ištar" (8):

"[Erra disse]: «Io dispaccio i soldati di una città contro l'altra: né padre né figlio si cureranno dei rispettivi affari, la madre complotta il male contro la figlia con malignità [...] Confisco i loro possedimenti e taglio di netto le loro vite [...] estraneo i cuori degli uomini, sicché il padre non ascolta il figlio, madre e figlia altercano animosamente»" (2.133-135, 3.9-10).


(1) Le orbite di Venere e della Terra si allineano otto volte ogni dieci anni; queste intersezioni accorrono a 72 gradi di distanza, misurate sullo zodiaco.
(2) Vedasi anche l'analogia con la croce capovolta, che rappresenta il medesimo concetto del pentagramma capovolto. Piuttosto, si preferiva la croce perché era un simbolo dal significato meno diretto. Roger Bacon, dopo aver compiuto estese ricerche in merito a questa preoccupante identificazione tra Gesù e Lucifero, osservando degli appunti di Geronimo asserì che il messia e Lucifero siano la medesima cosa; il che gli costò l'imprigionamento, finché non ritrattò.
(3) Si noti, peraltro, lo stile di Giovanni, ancora prettamente legato ai simbolismi mesopotamici e alessandrini, e che ritroviamo pure nella liturgia di Osiride con esplicite allusioni astrali a stelle inneggianti e cieli divisi in due, nel capitolo della glorificazione del Sole nascente del Libro dei Morti: stelle, archi temporali, settori eclittici, immaginati come personaggi in carne e ossa, per cui persino il dettaglio strabiliante che i seniori siano più antichi addirittura degli angeli, passa sotto nota.
(4) Il sito in questione è un curioso misto di ebraismo pro-cristianesimo e "dottrina alternativa"; nelle sue "rivelazioni" si possono trovare anche incoraggiamenti a leggere testi come Two Babylons, di Hyslop, considerato assai fragile (per non dire altro) persino dalla moderna critica atea.
(5) La generazione di modelli geminali, che a livello effettivo del campionario si basava su fattori di meccanica astronomica, contemplava sia questi che altri livelli strutturali, a prescindere dal fattore calendrico impostato sull'alternanza delle stagioni: il Duchares dei nabatei, dio solare nato anch'egli il 25 dicembre, rappresentava pure la Stella del Mattino, ed era amalgamato col dio Qutbai, Mercurio; Quetzalcoatl nella sua variante tolteca identifica come standard Venere, laddove nel Codice Chimalpopoca è il Sole della seconda èra, mentre suo fratello Xolotl era Mercurio, di cui (dice Plinio) in epoca arcaica Hermes e Apollo costituivano i due volti; allo stesso modo, Marduk muore e risorge come il Sole nonostante rappresenti principalmente Giove.
(6) Sintomaticamente festeggiato il 21 dicembre nel calendario cattolico, ovvero proprio il giorno del solstizio, il folklore e gli apocrifi (v. il Vangelo di Bartolomeo, ove Gesù lo chiama "secondo messia") ci dicono che Tommaso fosse talmente identico a Gesù, da essere confuso con lui di frequente. Vedasi anche il nome di Quetzalcoatl, che significa sia "Serpente piumato" che "Gemello prezioso".
(7) Per via della precessione, oggi cade nel Cancro.
(8) Nel poemetto Nergal e Ereshkigal, nel quale il dio discende agli inferi per conquistare e sottomettere la sorella di Inanna, facendone la sua sposa, Nergal è detto "progenie dell'alba" quando siede al desco degli dèi.
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