L'excursus che abbiamo rassegnato ci indica con estrema precisione le motivazioni che portarono, nel caso specifico, alla rielaborazione di una figura eversiva in un simbolo divinizzato. Possiamo sintetizzare dicendo che chi costruì il Gesù evangelico sulla scorta di qualche personaggio storico mimetizzato della Palestina tiberiana, incluse nella sua storia varie concezioni mitologiche pagane di modo da fornire ai convertendi un temporaneo continuum anestetizzato, onde garantire il passaggio dal paganesimo a quella nuova religione che, volenti o nolenti, da Teodosio in poi dovettero abbracciare giocoforza, pena la morte.

Nabu, Marduk, Horus, Ares, Ištar, Tammuz, Asclepio, Eracle, Attis, Dioniso, Baal, Osiride, Serapide, Duchares, Antinoo e tanti altri furono tutti espoliati da qualche loro caratteristica peculiare che venne poi incollata sul puzzle del typos di Gesù, imbastito attorno al pivot costituito dal già di per sé ambiguo simbolismo venusiano del dio di pace e guerra, arrogante e mite, folle e saggio, sacro clown e re, egotico e altruista, convogliandosi in una formulazione che privilegiava gli aspetti misterici ebbri proprii ai culti di tipo dionisiaco: la fede avrebbe fatto il resto, garantendo un'ottimale incolumità dal dubbio sistematico.

Questi aspetti contraddittorii caratterizzeranno la complessione psichica della società nella quale questo nuovo credo attecchirà; come abbiamo potuto constatare, la struttura superficiale di questo mito è fondata su concezioni fatue che fu necessario rendere quanto più vaghe possibili, scorporandole da indizi palesi, donde la loro scarsa visibilità fuor da processi comparativi, ma proprio per questa loro natura evidenze simili appaiono in tutta la loro tisica e scarna realtà pur a seguito di comparazione, realtà che — chiaramente — dato l'argomento attenta oltremodo a qualsivoglia tentativo di proporre una trattazione seria e organica. Del resto, questo era lo scopo di chi ha cifrato certe chiavi essoteristiche nei vangeli trasponendo in termini vaghi dei concetti diversamente controproducenti, in quanto fondamentalmente si tratta di sciocchezze che viaggiano sulla scorta di qualunque pretesa misticheggiante insita in qualsivoglia superstizione.

I primi dotti ermeneuti evangelici, turbati dall'evidenza, hanno poi contribuito a frapporre una cortina di "interpretazioni" tra il significato reale della vicenda e la psiche di massa, contribuendo così a cristallizzare l'opinione del fatto che la storia di Gesù dovesse essere assolutamente priva di simili dettagli, come ci dice Eusebio:

"I nuovi scrittori respinsero i fatti storici [...] e, avendo inventato allegorie e miti, stabilite affinità fittizie coi fenomeni cosmici, crearono i misteri e li avvolsero con una nube di assurdità, acciocché nessuno potesse discernere con facilità cosa accadesse veramente".

Quindi, senza alcun paradosso effettivo, quei medesimi sofomorfismi bollati dai cristiani col crisma ufficioso del superstizioso e dell'allucinatorio, risiedono alle fondamenta della loro religione.

Attuare questo tipo di metodo per motivi politici, non è cosa incredibile a sapersi: un individuo come Gesù non è una semplice caricatura a metà strada tra uno schlemiel ed un nebbish, men che mai un superuomo, bensì un ribelle di tipo distruttivo la cui qualità precipua non è facilmente visibile poiché da due millenni si è fatto assimilare che egli avesse ragione e che fosse "dio incarnato". Il veemente predicatore che ha "un demone in corpo", che intima ai "demoni" di non riconoscerlo come figlio di David (ossia della Stella del Mattino, Lucifero, cioè sé stesso), che invasa il povero Giuda col boccone di pane, è semplicemente un untore di quella stessa malattia che, senza di lui, non esisterebbe; Gesù il distruttore, colui che porta la spada, che distrugge la società fin dal suo mattone fondamentale, non è un dio, ma un ribelle venuto a destabilizzare la società e a trarre accoliti verso una nuova religione ibrida, che avrebbe poi trasformato la società del tempo.

Perché proprio gli ebrei? Perché questo popolo? "Ce l'avevano con loro senza motivo" già due millenni prima di Hitler? A scanso di facile taccia di "anti-semitismo", gli ebrei stessi non è che fossero degli stinchi di santo: dal canto loro giustificarono la loro presenza storica esaltando dietro il volere divino una carica di xenofobia, genocidio autorizzato e razzismo contro chi non era ebreo, tale da far passare per "diritto incondizionato" l'invasione di terre altrui; perché questa è e continua ad essere tutt'ora, come possiamo ben vedere dalla cronaca quotidiana. Poi si passò a vittimizzare la cosa, proprio dietro giustificazione di un mandato divino. Semplicemente, capitò a loro perché si trovavano in un'area strategica di svincolo verso il Mediterraneo; una situazione che li ha visti deportati qua e la per il mondo nel corso di oltre ben quattro millenni. Ci si sono trovati in mezzo, tutto qua; se si fosse trattato, mettiamo, dei romani, al posto loro, sarebbe accaduta la medesima cosa. In passato (ed anche oggi), ridisegnare le aree di influenza tramite la deportazione, era un metodo assai sfruttato per pacificare le popolazioni e stabilire dei confini-cuscinetto fra potenza e potenza: la adottarono tutti i grandi dominatori del passato, dagli egizi ai romani. Proprio il fatto che gli ebrei fossero di "stirpe" semita, ma prevalentemente senza patria né storia autonoma, le cui origini si rifacevano essenzialmente da genti nomadi dedite al brigantaggio (così ci dicono le cronache storiche dei popoli limitrofi), li rendeva assai utili allo scopo: inoltre, a cagione di tutto ciò, essendo stati i più sottoposti al mondo all'egemonia di stranieri, era un ulteriore vantaggio a un lato per sfruttare, e dall'altro per quietare il loro "innato" rancore e desiderio di rivalsa. Peraltro, avendo avuto l'opportunità d'essere in contatto con egizi, mesopotamici, persiani, greco-romani, scrivere un libro del genere avrebbe significato soprattutto sincretizzare ed archiviare anche le concezioni dei dominatori; nelle condizioni di perenni reprobi viaggiatori, dovevano necessariamente registrare e ripetere con ossessione le loro conoscenze.

A parte ciò, la perenne divisione interna tra gli ebrei, prima fra le loro stesse "tribù" (spesso in contrasto fra loro), poi con altre discendenze ebraiche anch'esse più o meno "annacquate" dalle commistioni straniere e le deportazioni (ad es. giudei e samaritani), rendeva necessaria una sistemazione "etnica" tale da "unificarle", sebbene in fondo fosse stato più utile mantenerle divise. Se i giudei furono in pratica quelli più legati alle "tradizioni", dall'altro lato appunto per questo erano pure coloro i quali osteggiavano maggiormente gli stranieri: non così per le discendenze più inclini al "sincretismo", che però al loro interno caldeggiavano comunque un desiderio di rivalsa xenofobo; solo che le loro radici erano molto più materiate di componenti straniere (v. ancora i samaritani ed i galilei), quindi davano adito a minori preoccupazioni. In tal senso, scrivere la Bibbia in chiave esaltativa, tacendo le origini poco edificanti di un'originaria etnia senza patria, fu un toccasana per gli stranieri stessi; non dobbiamo dimenticare che il libro fu scritto molto tardi, dopo la "liberazione" di Ciro il Grande (in precedenza esistevano solo tradizioni orali). Poi intervennero i greci, con la redazione alessandrina di Tolomeo Sotere; infine, i romani, con quella di Aquila e poi Geronimo.

Praticamente, la Bibbia oggi diffusa in occidente di ebraico possiede soltanto un sottofondo post-nazionalizzato; non tanto paradossalmente, sono più "ebraici" gli scritti "interpretativi" deutero-biblici, che non la Tanakh. Allo stesso modo per chi scrisse i vangeli; scritti pro-romani, mirati a fiaccare il giudaismo utilizzando le sue stesse armi e figure mitologiche. E la cosa più "strana" è che gli ebrei ne erano al corrente, tanto allora quanto oggi. Il che non mi stupirebbe, se consideriamo certi passi dei Toledot a proposito di Paolo, inteso come agente del Sinedrio (che era comunque asservito ai romani) inviato al fine di separare i "ribelli" ("cristiani") dai giudei integralisti. Così, come diceva Seneca, accadde appunto che la cultura dei "servi" schiavizzò quella dei "dominatori"; ma i romani, in verità, furono semplicemente furbi.

Riassorbire un ribelle, o una teoria di ribelli condensati sotto un nome formale, e proporli come "dio", era una tattica estremamente vantaggiosa e non certo nuova: i romani avevano usato molto spesso simili espedienti quando si accorgevano di non poterla aver vinta contro forze ostinate ed inesauribili. Nel caso specifico, dovettero adottare queste misure straordinarie perché si scontrarono con forze più refrattarie e resistenti di qualunque altra precedente. Naturalmente, il procedimento di costruzione di un simile espediente non poteva essere deliberato sin dalle origini: l'arricchimento della concertazione di pari passo con la complicazione delle fonti da inglobare, diede vita meccanicamente a questo proposito, che assunse connotazioni perversamente adeguate alla tortuosa complessione del racconto.

Possiamo avere un'idea concreta del meccanismo ad osservare quel che sta accadendo oggi: l'occidente, sentitosi minacciato nella sua "identità" (che di per sé è già a sua volta una rielaborazione di compromesso fra l'estremismo giudaico e il romanesimo adulterato...) da una forma corrotta di islamismo, tenta di ammortizzare il colpo con la tolleranza, parlando delle "grandi tradizioni" dell'islam — che invero ci furono, ma si fermarono al Medioevo — e di apertura alla convivenza, anche perché sempre più islamici si trasferiscono nei paesi occidentali, ove lavorano, contribuiscono alla Cosa Pubblica, e soprattutto si moltiplicano. La chiesa, ad esempio, ha ventilato il "dialogo" con i terroristi, "degni di rispetto e comprensione", specie dopo che al-Qaeda ha avanzato la possibilità d'attaccare direttamente il Vaticano quale simbolo della cristianità, ma il termometro della realtà dei fatti non sono le dichiarazioni di proscenio: lo sono, invece, i discorsi che intratteniamo fra le nostre quattro mura, a proposito di "barbari" incapaci di capire la "civiltà" e "venuti a rubarci il lavoro e l'identità", o in certi talk-show circensi e "circoli di pensiero" di chiaro indirizzo, proprio come accadeva al tempo dei romani.

Parallelamente a queste evenienze, notiamo che i costumi della società occidentale assorbono più facilmente delle componenti islamiche, dalla musica alla moda sino all'alimentazione; più che per dialogo interculturale ed assuefazione di convivenza, ciò può accadere per attuare una forma d'esorcismo del timore verso culture che, a causa della sconsideratezza di pochi fanatici, possono correre il rischio d'essere malgiudicate in toto. Il dialogo è necessario, ma la prima cosa da fare è distruggere la disinformazione, l'ignoranza e la fame, sia nella madrepatria di queste etnie che nelle nazioni nelle quali esse sono ospitate per dovere di fratellanza umana: viceversa, andrebbe a finire proprio come accadde al tempo di Tito, quando i giudei furono salassati per impinguare le casse di Nerone, con conseguente riaccendersi delle rivolte. Va da sé che a certe lobbies tutto ciò faccia comodo, perché incentiva il commercio sporco, proprio come al tempo dei romani.<%pagebreak()%>La storia di Gesù è quindi definita unica nella misura in cui le molte sfaccettature delle sorgenti dalle quali è stata costruita hanno concorso a renderla tale. La fortuna di questo personaggio non va cercata di certo nel suo registro metafisico; l'intricatezza ed il livello di criptazione delle vicende, le caratteristiche del protagonista, la giustapposizione effettuata veramente a regola d'arte per quanto riguarda i dettagli nel costruirlo ed acconciarlo durante i secoli, ed infine il fatto che si tratta del dio della civiltà occidentale attuale, contribuiscono a perpetuare quest'opinione.

Commetteremmo un grave errore di presunzione, nel sottovalutare gli ingegneri demagogici del passato, solo perché vissero in epoche meno avanzate della nostra: simili espedienti sono estremamente fattibili, perché in fondo si basano sull'analisi di sistemi di forze che sono espressione delle velleità umane, quindi prevedibili, canalizzabili e ognora identiche in ogni epoca e luogo. Chiunque abbia intesserato questo grandioso mosaico — che tutt'al più è uno straordinario esempio di codifica cripto-mitografica — non era uno sprovveduto in fatto di mitologia, al punto da aver tratto in inganno milioni di persone per due millenni: ciò malgrado alla gente avrebbe potuto anche non importare, poiché, storico o meno che fosse, quel che contava era sognare, celebrare, provare emozioni. Al limite, la completa demistificazione del mito cristiano avrebbe provocato semplicemente una reazione ironica. Così, l'assorbimento del modello cristallizza il modello stesso, precludendo la possibilità di discuterlo e demistificarlo, e avalla comodamente la perpetuazione della medesima dissolutezza che esso è chiamato ad assolvere, poiché la gente continuerà a credere che ci sarà ognora un capro espiatorio su cui scaricare la colpa di Eva.

Non senza paradosso, è stato deificato proprio il prototipo del ribelle, del dissidente, dell'eversivo che cercava di sovvertire l'ordine impostato sul privilegio dei pochi ("il regno dei cieli appartiene ai poveri"). La figura di un personaggio del genere è estremamente vantaggiosa per le classi egemoni; in pratica, costituisce sia uno spauracchio contro i potenziali eversivi che una forma d'attestazione della colposità delle prime, che in tal modo, divinizzandolo, si emendano dall'omicidio per "giusta causa", dalla morte di uno "per il bene di molti".

Si tratta di una figura scomoda e necessaria al contempo, che sortisce fuori quasi obbligatoriamente in un contesto nel quale dio latita in maniera lampante: quando quest'ultimo può correre il rischio d'essere rimosso dall'inconscio umano a cagione della sua evidente incapacità d'intervenire nel mondo in maniera diretta, ecco che l'uomo-figlio ancestrale ("Adamo") viene ammodernato in Gesù, cioè nel prototipo dell'umanità fedele che, nel credere in questo dio distante, pensa di scoprire per tramite del mediatore un proprio "alias" ed un "medium" d'elevazione verso quell'inconoscibile entità sovrumana che, quantunque definita "onnipotente", non si cura affatto di lui giacché non ne risolve direttamente i problemi, o nulla fa affinché essi non sussistano... A tal scopo invia però suo "figlio" (ossia sé stesso), e lo fa morire onde espiare quei peccati che egli non è stato capace d'evitare. Forse la psiche popolaresca allude a scenarii del genere, quando afferma che la mente di dio è imperscrutabile.

Invero, Gesù fa una brutta fine comunque, proprio perché è sin troppo "perfetto", per poter essere sopportabile all'infinito. Questo "dio" è abbastanza noioso: non ha altro da pensare che ad una vita futura, mentre il Volgo ha già problemi a risolvere le magagne di questa sua esistenza carnale, e più prega, meno risolve. Cosa avrebbe potuto capire, il Volgo, dalle parole di un personaggio che superava tutti di una spanna? Le parabole stancano: difatti, a qualche osanna temporaneo sussegue l'odio, il sospetto, l'accusa persino da parte dei suoi presunti compaesani, forse per eccesso d'amore. Ma il "dio" sopporta: sopporta tutto, ed è questo il messaggio che i suoi inventori desideravano dare. Non che la gente impari a fare altrettanto: anzi, tutto il contrario.

Al pari del concilio degli åsir scandinavi svergognati da Loki, accade che il Sinedrio, il governo, la società, beffati e denunziati dal sapientone apparentemente inattaccabile e saccente (ma soprattutto timorosi di perdere clientela), una volta che la corda è tirata allo spasimo si vendicano, tendendo "un agguato al Giusto", come dice la Sapienza di Salomone; dall'esempio d'abnegazione si passa alla coercizione subliminale.<%pagebreak()%>Coloro i quali crearono questa nuova sintesi mitografica non capirono però (e non potevano di certo) che sostituendo un'icona simbolica alla vittima umana reale non avrebbero annullato del tutto le componenti ferine implicite nei culti precedenti; le avrebbero solamente introvertite, amplificate e deviate, fornendo un'ipotesi d'accumulo di quelle componenti aggressive di cui ci forniscono ampia prova sia la società attuale che la dottrina cristiana di là di quanto scritto sulla carta.

Non capirono che creare un simbolo a metà strada fra dio e l'uomo ne avrebbe reso assai difficile l'accettabilità, al punto da dover ricorrere alla repressione del dubbio e alla promozione perpetuata; né capirono, infine, che tutti i precetti "sociali" dei vangeli avrebbero dato vita ad antinomie di portata molto più vasta rispetto a quelle che materiavano l'assetto sociale della società imperiale (come in effetti accadde) cui erano contrapposti pro forma. Non lo capirono non solo perché si tratta di princìpi paludati dietro il preconcetto del divino, comodo ed infallibile illo tempore ma improponibile (se non artatamente e forzatamente) in un'epoca nella quale l'essere umano è oramai conscio del fatto d'essere creatore di divinità anziché loro creatura; interessava risolvere dei problemi contingenti, donde la creazione di una "religione" che avrebbe dovuto porsi in continua evoluzione parallela rispetto al progresso dei tempi.

Questo ambiguo personaggio, fragile e sovrumano al contempo, accontenta tutti: come essere in parte divino e in parte umano, ci avvicina a quel dio perfetto, inconoscibile e distante di cui è detto figlio, senza però annullare del tutto la comoda differenza fra noi e dio; come ribelle, incarna la nostra aspirazione ad ottenere un'identità, e rievoca il fondamentale problema della sussistenza, l'Avere; come vittima, sacrificata per il bene di tutti e per espiare la sua stessa ribellione, ammortizza la demoniaca hybris connaturata nell'eccessiva fiducia nei nostri mezzi e soprattutto il fondamentale istinto omofagico e sanguinario che fu alla base dei culti da cui venne tratto. In una parola, incarna per l'appunto dei concetti antitetici, necessarii per forgiare un medium d'antropizzazione del sovrannaturale quanto più completo possibile. Proprio questa fu la chiave della sua vittoria, il motivo per cui si continua ad esaltare il nucleo centrale dell'ideologia cristiana sorvolando sui metodi coi quali la si è applicata, ed il motivo per cui l'icona della distruzione, di colui il quale era venuto a portare la spada, il fuoco e la divisione sulla Terra, sulla carta riuscì a divenire quella della pace, della bontà, dell'obbedienza.

Personaggi del genere ci commuovono, è vero: non solo perché sono immersi in una dimensione sovrumana, bensì perché aggregano l'umano al sovrannaturale, rendendolo più vicino. La storia trova la sua culminazione in un evento che sgomenta non tanto per ciò che esso è in sé per sé, bensì per un senso di solitudine mortale che lo avvolge: il semidio sulla croce, a metà strada fra un Socrate storico e un Prometeo mitico, è solo, è un uomo abbandonato da tutti, che "muore per tutti", per giunta sbeffeggiato da tutti. Ciò è grandemente poetico e toccante. La morte, ultimo terrore umano, subìto persino da dio, pur se nella sua veste di carne: e cosa sarebbe mai la morte, in confronto al non concedere la speranza di una sopravvivenza oltre essa?

Non c'è dubbio che la morte dell'incarnazione (anzi, del figlio) dell'essere supremo commuova e susciti sgomento, al punto che non si riesce ad andare oltre l'attimo della morte di un "dio", passando immediatamente alla "resurrezione", alla "speranza". È un trapasso brusco, ma proprio per questo è incisivo: in quest'ottica perde tutta la sua magicità. Una volta spiegato e comparato, il mito e l'illusione dell'umana costruzione che si prefigge il fine di eternarci, torna a galla spezzando l'incanto; ed è proprio quel che non si vuole avvenga, perché distrugge il sogno necessario. In tal modo, le più superbamente toccanti pagine di mitizzazione che siano mai state scritte, perdono la loro magia unitamente alla loro irrealtà: il mito diventa elegia, e di lì torna ad essere filosofia pratica, perdendo la sua potenza dinnanzi a quella — più vera, umile e vantaggiosa — della razionalizzazione.
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