Il giusto sarà torturato, umiliato, flagellato: gli caveranno gli occhi, ed infine, dopo aver patito ogni male, sarà crocefisso.
.. Platone.
L'evento culminante della vicenda cristologica è quindi sostanzialmente il risultato ibrido dell'accorpamento criptico di due simbolismi vincolati da significati similari, con l'aggiunta del tema delle nozze sacre e soprattutto dell'unificazione della pena capitale riservata ai ribelli, l'esecuzione sull'arbor infelix. A livello dinamico, per le sue caratteristiche tale evento soppiantò come presunto fatto storico l'idea simbolica del passaggio da un'èra all'altra sottacendo il significato astronomico dell'evento stesso, sicché nell'inconscio dei credenti l'omicidio sacrale scalzò tanto il significato penale quanto quello dell'avvicendamento precessionale in vista dell'avvento dell'èra dei Pesci, di Gesù "pesce di vita" e dei suoi pescatori d'uomini, che nel simbolismo cristiano erano espressi dai due pesci associati all'àncora; Gesù annunzia la nuova èra, quella dei Pesci, che subentra al posto di quella dell'Ariete, preso a simbolo di sacrificio e rinnovamento dei tempi sulla croce del cielo, nell'eterno ciclo dell'ingranaggio celeste contrassegnato dal Sole che si sposta sulle case eclittiche, annunziando quella futura.

Si trattava di un vero e proprio breakpoint, un cambio di guardia destinato, tramite la sua crudezza, ad imprimersi nella mente degli uomini ed a creare una nuova società sovvertendo il passato sin dai sistemi di datazione, che fu sancito con la messa al bando dei precedenti modelli di calcolo calendariale da parte di Teodosio e completato con la riforma gregoriana.

Da tutti questi particolari risalta l'ambigua mentalità di analogizzare il condannato di tipo secolare a un capro espiatorio a carattere sacrale, che diviene, una volta morto, fonte di sollievo per i carnefici piuttosto che per il popolo; ciononostante, l'invocazione "che il suo sangue cada su di noi" è stata intesa come una macabra ammissione di colposità da parte degli ebrei, mentre in realtà quest'espressione costituiva una supplica purificatoria estremamente simbolica, anche perché era applicata solo alla lapidazione (Levitico 20.27) contro gli stregoni. Dall'altro canto, il menelavolemani di Pilato, individuo che la storia ci presenta sotto una sagoma spietata e abietta, fu scambiato per un atto di sensibile astensione, quantunque è noto che nella pratica sacrificale greca, romana ed ebraica stessa (ad esempio tra i farisei), costituisse appunto l'atto abreazionario di un carnefice che si appresta a compiere o ha già compiuto un sacrificio, come attestato ne Dtr. 20.6-7 e proprio nella regola d'espiazione per il sacrificatore del capro per Azazel (1).

Il Pilato storico fu uno dei più cinici rappresentanti di Roma in Palestina: la sua sufficienza nei confronti degli ebrei era tanta e tale che, insieme a Felice, giunse a denigrarne i costumi ad ogni occasione, adottando un atteggiamento scaltro e guardingo. Certo è anche il fatto che per tale comportamento i dirigenti di Roma fossero sempre stati sul chi vive nei suoi confronti, che tale disistima fosse ricambiata ed avesse probabilmente delle radici ataviche. La sua famiglia, i Pontii, d'origine sannita (ossia osca), partecipò con orgoglio alle Forche Caudine: avevano sempre nutrito dei sentimenti antiromani, e si erano opposti al colpo di stato di Cesare. Nulla di strano che per Tertulliano, Agostino ed altri avversarii del romanesimo, il crudele prefetto, straniero fra connazionali, fosse un "cristiano dentro"; così, neppure strano è che il Pilato detestato dagli stessi "compatrioti" quale apoteosi di corruzione e vizi, a cui carico Filone ci parla di "reiterati e sistematici massacri di persone senza processi né condanne", nei vangeli diventi un uomo pio che non trova alcuna macchia in Gesù, mentre gli ebrei, obiettivo primario di tutte le future persecuzioni cristiane ancorché romane, sono stigmatizzati come suoi carnefici.

Sussistono, inoltre, parecchi altri dettagli singolari in merito alla figura di Pilato. Vero che i romani, dice Flavio nella Guerra, avessero accordato — fuori della Palestina — diverse amnistie, specialmente di massa piuttosto che individuali, ma è assolutamente improbabile che l'atroce procuratore avesse ad uso personale di rilasciare un prigioniero per la festa di pasqua, anche perché di là dei vangeli nell'impero non è mai esistita alcuna legge o tradizione né ordinaria né straordinaria, tantomeno amnistie concesse in delibera al popolo soggetto, che accordavano di rilasciare un prigioniero al posto di un altro, specialmente qualora gli imputati fossero rei di sedizione; la facoltà dell'abolitio non è qui chiamata in causa, né è possibile che si tratti dell'indulgentia, che era successiva alla condanna. Pare quindi che il Pilato dei vangeli godesse di privilegi speciali tanto quanto gli evangelisti.

Sussistevano dei casi speciali d'amnistia, previsti per reati che non contemplavano l'ipotesi d'alto tradimento e per quanto riguardava personaggi legati ad alte sfere, ma il rilascio non avveniva mai qualora non fossero trascorse ventiquattr'ore dal processo, e sempre a discrezione del rappresentante romano, il che avveniva quasi mai: anzi, Filone narra che in un caso analogo il governatore Avillio Flacco fece tutto l'opposto proprio nel periodo in cui Caligola accordò una grande grazia e bruciò tutti gli archivi criminali di Tiberio. Forse si voleva alludere alle amnistie concesse in occasione del genetliaco dell'imperatore, di cui Tiberio pare sia stato assai munifico? Semplicemente congetture d'alleggerimento, prive di alcun riscontro documentario.<%pagebreak()%>La presenza di dettagli così strani lascerebbe invece intuire una situazione completamente stravolta rispetto alla versione comunemente predicata a ridosso dell'interpretazione delle poco misteriose righe evangeliche; anzi, le stesse scritture hanno sempre lasciato capire come stiano le cose, laddove le interpretazioni sembrano saltare a pie' pari sulla loro evidenza. Matteo scrive che il Figlio dell'Uomo sarà dato ai sommi sacerdoti ed agli scribi, "che lo condanneranno e consegneranno ai pagani affinché sia schernito, fustigato e crocefisso", mentre il Vangelo di Pietro ci ventila una connivenza tra Pilato, Antipa e Caifa: il secondo, dicono gli stessi vangeli, divenne amico del primo proprio in quell'occasione, mentre l'ultimo era uno dei suoi uomini di fiducia, e, come ci dicono le fonti talmudiche, non era certo benvisto dal popolo. Simili atti, che rispecchiano una sorta di collusione di poteri, non furono nuovi ad Israele a livello storico, non certo mitico, se pensiamo che al tempo di Antonio i romani fustigarono, impalarono e decapitarono Antigono, ultimo degli asmonei, su richiesta di Erode il Grande.

Le contingenze portano a speculare nella vicenda piuttosto delle marcate evidenze simboliche, probabilmente di una vicenda realmente accaduta, ma che mesce toni tragici ad un trapianto di tipo cultistico: non è necessaria una disamina inconsueta, per comprendere che tutto l'excursus che porta alla condanna di Gesù così com'è narrato nei vangeli risiede in termini assai estranei alla storiografia anche alla luce di questi dettagli, ed è più facile che pure in questo la eventuale parte storica sia stata piegata a canovacci mitici e ritualistici.

Pur se è fondamentalmente errato che il Sinedrio non potesse emettere condanne a morte, così come vorrebbe Giovanni, di là del fatto che per certi reati di blasfemia non esistevano capi d'accusa tali da sentenziare la pena su due piedi non esiste neppure alcun record storico su giudizi del genere in seno al pur corrotto Sinedrio: a meno che l'affermazione di Gesù non celasse intendimenti sovversivi contro i romani, nel qual caso la soluzione del problema spettava a loro. La decisione di esecuzione per crocefissione era comunque prerogativa romana, ed il Sinedrio smise di giudicare i crimini secolari pochi anni prima di Tiberio, come ricaviamo dalle fonti talmudico-mishnaiche (Abodah Zarah 8, Shabbos 15, Sanhedrin 41), se a questo allude Giovanni. Era proibito effettuare arresti e uscire di casa il venerdì di pasqua, celebrare processi nei giorni festivi, in formula non pubblica, fuori del Beth Din e di notte, mentre, stando ai vangeli, l'udienza si svolse nella notte di vigilia del Sheder, a porte chiuse ed in casa del sommo sacerdote, il che è illegale (v. Mishna Sanhedrin 4.1 e 11.2, Sifri Shofetim 152, Numeri 25.4, Sanhedrin 34); la base d'accusa per pronunciarsi sulla condanna di un imputato doveva essere fornita o a seguito di una richiesta penale avanzata ad interesse della parte lesa o da due testimoni almeno; esisteva la pena di morte per i soldati corrotti o distratti nell'esercizio delle loro funzioni; non era possibile, per i civili giudei, assistere alle esecuzioni; era proibito seppellire i condannati alla croce, tantomeno in tombe private, e, nei casi in cui accadeva, lo strumento doveva accompagnare il giustiziato nel sepolcro (2).

I dettagli del processo e dell'esecuzione cozzano quindi sia con la storia che con le usanze rituali ebraiche, ma hanno i loro riscontri, invece, con le tradizioni e costumanze popolari. Se da un lato il tipo di pena era in ogni caso romano, d'altro canto gli ebrei ammettevano l'impiccagione anziché la cruda crocefissione degli stranieri, e questa era piuttosto un'usanza post-esecuzione, che veniva eseguita generalmente con la lapidazione; in questo senso, si può comprendere che i temi siano essenzialmente misti e facilmente condivisibili fra ebrei e romani, pur a differenza di movente. In tal modo, dopo questo lungo, necessario excursus parabolico, possiamo tornare assai facilmente all'inizio della nostra disamina: torniamo quindi alla scena del processo e dei due Gesù.

(1) Notabile è che Pileatus fosse un appellativo di Mitra, il sacrificatore del Toro celeste. Le iterazioni di Pilato in Luca 23 somigliano piuttosto a quelle scaramantiche dei sacerdoti carnefici caldei, in genere ripetute tre o più volte, pratica che si riscontra anche nelle opere mitologiche, da Gilgamesh all'Enuma Elish. Claudio Eliano narra che a Tenedo il sacerdote responsabile del sacrificio del toro di Dioniso venisse lapidato, e che a Corinto, nel corso del sacrificio del capro di Era Acrea, si scaricasse la colpa sui ministri di culto, non a caso scelti fra mercenari. Questo schema di oblazione piacularia, secondo Westermack, è sempre stato fondamentale nel sacrificio umano, per cui la vittima è sostituita al posto del sacrificatore onde stornare malattie, carestie, malasorte.
(2) I vangeli canonici non citano il particolare, menzionato nel Vangelo di Pietro, fra i tanti "apocrifi" definiti validi a tempo debito. I primi insistono sul ruolo rivestito nell'inumazione di Gesù dal ricco Giuseppe d'Arimatea, fariseo amico di Pilato e di Erode: di contro, gli Atti (13.27) asseriscono che furono i giudei, a svolgere questi compiti.
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