Da quanto sinora osservato, tutto l'excursus del quadro cristologico inizia a configurarsi secondo dei parametri assolutamente invisibili fuori da una comparazione a vasto raggio, che implica soprattutto un'analisi incrociata tra i vangeli (essenzialmente criptici e demisterizzati), le loro fonti (o comunque le basi analoghe precedenti) e la produzione letteraria che defluì dalla loro ermeneutica.

Chiaro è che tali dettagli si innestino in maniera tale da apparire quasi slegati e discissi da un insieme omogeneo, di modo che la vicenda così com'è narrata nelle "biografie" si cristallizzi in una dimensione temporale concreta, focalizzandosi nel corso dell'ultimo anno di predicazione, senza ricollegarsi a nozioni escatologiche a vasto ciclo se non in determinati episodi e nelle profezie che si mettono in bocca al "messia" nella produzione che defluisce dall'Apocalisse, che rivela pesantissime contaminazioni gnostiche e misteriche orientali; difatti, ricalca quasi pedissequamente le tematiche millenariste persiane, come possiamo notare dal raffronto con certi passi del Bundahisn e del Denkard (1).

Il passaggio di consegne tra le ère platoniche viene così accorpato in un particolare evento, che sancisce, in quel determinato periodo, una sorta di sacrificio straordinario, dissimulato dietro un tipo di esecuzione all'apparenza privo di nesso interno: la crocefissione del malfattore diviene in tal modo la maschera utilizzata per cifrare l'argomento del sacrificio a pro della comunità, che a sua volta si inserisce, con grande maestria, in un contesto cosmico riconducentesi alle costanti escatologiche già rassegnate. Per tal motivo tutto ciò, qualora scevro da un'analisi integrata, appare assolutamente privo di nesso. Questo nexus si corporifica in un insieme di simbolismi ed accorgimenti scenici, alcuni diretti, altri meno: tra i tanti, l'emblema distintivo par excellence è (come potreste aver già immaginato) quello della croce.

Il motivo per cui il cristianesimo continua a persistere come una verità indubitabile nell'immaginario collettivo, è appunto dovuto non solo alla connessione a doppio filo tra le sue fondamenta ideologiche e le funzioni naturali umane, ma anche al fatto che si è appropriato di uno dei simboli più noti all'umanità nel corso della sua storia, e, di parallelo, uno di quelli che passano più facilmente dietro qualsiasi "nota notabile". Quella della croce era una forma prediletta non certamente soltanto per questioni inerenti alla crocefissione del "messia", un tema che non esiste presso gli ebrei, bensì perché costituiva un grafema scaramantico, astronomico, geografico e matematico; soprattutto, data la sua semplicità, potremmo considerarlo come uno dei simboli più immediati e intuitivi che l'uomo possa tracciare.

È certo che essa non fu d'uso immediato tra i cristiani, che pare la riscoprirono molto avanti nel tempo, come confessa la stessa Enciclopedia Cattolica non senza imbarazzo:

"È probabile, seppure non ne abbiamo evidenza storica, che i proto-cristiani usassero la croce per distinguersi dai pagani. Questi ultimi li chiamavano «adoratori della croce», ed aggiungevano «adorano ciò che meritano». Apologisti come Tertulliano e Minucio Felice replicavano che gli stessi persecutori adorassero oggetti cruciformi".

Non possiamo biasimare i tentativi dei defensores: per la sua semplicità di forma, che richiama concetti immediati di divisione e demarcazione, la croce è un simbolo estremamente comune, ed aveva carattere esorcistico e misterico da millenni prima che il neo-paganesimo cristiano se ne appropriasse, al punto che fino al III secolo più d'un padre della chiesa condannò la devozione al simbolo della croce a causa delle sue ascendenze pagane, prima che avvenisse una controtendenza. In effetti, precedentemente a quel periodo non abbiamo ancora alcuna immagine di Gesù crocefisso: la ricorrenza di questa simbologia e quella della croce latina si verificarono parallelamente al diluvio di elaborazioni nozionistiche astrali (camuffate) prodotte dai teologi.

In fondo, tutto questo i cristiani lo sapevano già: come evita di specificare l'accorta Enciclopedia, appunto Minucio Felice si darà incautamente la proverbiale zappa sui piedi, tentando di controbattere il suo interlocutore fittizio, nel dire che proprio i romani "adoravano" delle croci... con un uomo sopra.<%pagebreak()%>Chiunque può utilizzare e indossare la croce, oggi e sempre, pur non essendo cristiano, poiché il suo simbolismo è ben più antico del cristianesimo: il nesso del suo concetto è sempre stato quello di elevazione, sacrificio, esorcismo.

Chi riprese l'emblema della croce conosceva bene il suo legame con i significati di ripartizione cosmica insiti nella forma irregolare latina; proprio dal punto di vista di simbologie astronomiche e geografiche, questo significato era noto a tutte le culture del pianeta, dall'albero Ceiba maya all'Yrminnsul germanico all'ashvatta vedico, poiché è il pilastro del mondo, ravvisato secondo un simbolismo che i cristiani sapevano rintracciare senza problemi, "laonde il legno della croce sostiene la macchina del cielo", scriveva l'astrologo costantiniano Giulio Firmico Materno. Parlare di croce, albero o palo, è indifferente, poiché sono tutte forme stilizzate o naturalizzate del medesimo concetto: nell'epistola agli smirnei, Ignazio d'Antiochia ci dice che Gesù fu "inchiodato a un albero sotto Ponzio Pilato", e Gregorio da Elvira ripeterà varie volte il concetto nell'Omelia sui libri delle sacre scritture.

Il simbolo era già usatissimo in Mesopotamia: non sono pochi i bassorilievi assiro-babilonesi nei quali possiamo vederla sfoggiata al collo di qualche dignitario, addirittura nella perfetta forma latina odierna. In Grecia fu un emblema solare noto come "scettro di Apollo", e se ne riconosceva il simbolismo fallico. A parte la nem-ankh, la croce era altrettanto conosciuta pure in Egitto: quando lo rasero al suolo, i cristiani la trovarono già incisa nelle pietre di fondamento del Serapeum secondo l'uso millenario dei marchi di cava. Il simbolo compare anche in India ed in Cina, nelle sua varianti greca o gammata (la swastica, prevalentemente destrorsa, che, geocentricamente parlando, simboleggia il senso di moto del corso del Sole durante quattro stagioni); oltrechè in diversi templi ebraici, riscontriamo la swastica già in Anatolia e fra le genti d'origine germanico-scandinava, mentre i primi cristiani la chiamavano crux dissimulata, usandola nei documenti per rappresentare segretamente il loro dio unitamente al pentagramma, in sostituzione di quella latina (2).

L'uso esorcistico della croce è altrettanto antico: deriva dalla nozione secondo la quale in passato l'incrocio era considerato luogo di dimora dei demoni, per cui il semplice incrociare di due oggetti costituiva una metodica istintiva di arginamento, di "inchiodamento" del maleficio al centro focale degli assi cosmici. Allo stesso modo, come "esorcismo" e "cura" è da intendersi il simbolismo del nehustan, il serpente di bronzo costruito da Mosé per curare i morsi dei serpenti (inviati da Yahvéh...), tanto quanto l'inchiodamento di Gesù "serve" al "padre" per curare i peccati degli uomini; questo serpente impalato, che richiama poi il caduceo di Hermes (ossia, il Logos) nonché la verga curativa di Asclepio (fulminato da Giove proprio per aver allontanato dagli uomini la paura della morte...), era stato identificato appunto con Gesù sin da tempo immemorabile. E come funzione esorcistica va da intendersi dunque la crocefissione; nella sua forma totemistica, essa richiama varianti a carattere ascensionale (il palo come emblema fallico di salita verso il cielo padre) e prevalentemente solari che non hanno alcun riscontro nell'ebraismo. Questa intrusione implica delle esclusioni abbastanza decise.

Come anticipato, fra le tante profezie della Bibbia non esiste il pur minimo riferimento alla crocefissione del messia: si è tentato di estrapolarla dall'espressione del Salmista "hanno trafitto le mie mani e i miei piedi", l'unico passo in tutta la Bibbia che potrebbe alludervi (Zaccaria 13.6 non fa testo), ma va da sé che non sussista alcuna esplicita menzione se non nelle logorroiche interpretazioni dell'esegesi (3), tant'è che Giustino, nel Dialogo, non trovò nulla di meglio che accusare gli ebrei d'aver tolto dalla Bibbia qualche "probabile" passo in merito! Certo è che gli esseni contemplassero la crocefissione per punire reati gravi (v. 2QT 64.6-13), ma nell'ebraismo il legame simbolico originario fra questa metafora e quella messianica è assolutamente assente, sebbene, a parte i casi del moabita Mesha di Moab (3 Re 3.27) o di Isacco e Jefte, dai ritrovamenti archeologici (Atlit, Geser, Tell el-Far'a, Tell el-Ajjul) è certo che pure gli ebrei primitivi praticassero rituali omicidi piacularii al pari dei loro esecrati vicini, soprattutto nelle alture, dove era adorata Ashera. Piuttosto, questo simbolismo in Palestina deriva da usanze della vita pratica, non certo dalle scritture: per tale motivo non lo riscontriamo nella Bibbia così come ricaviamo la provenienza del tema da fonti esterne ai documenti.

Gli unici richiami all'impalamento secondo un rituale a carattere solare sono visibili a proposito dei re giustiziati da Mosé "rivolti verso il Sole, acché l'ira di Yahvéh potesse essere mitigata" (Numeri 24.4), a proposito dei sei capi di Ai in Giosué o dei sette figli di Saul cui David riservò medesimo trattamento proprio il giorno di pasqua, ma chiaramente il significato sacrificale è stato omesso al pari di episodi come quello di Jefte: certo è che tutt'al più si trattasse di impiccagione o infilzaggio, non certo di crocefissione per inchiodamento.

Il tema dell'impalamento provenne di certo dalla Persia o dal paese dei biondi sciti (i "misteriosi" Gog e Magog, come ci rivela Flavio), ma probabilmente era noto in precedenza dalla Fenicia, ove la crocefissione era già una pena capitale in voga indipendentemente da analogie sacrali così come a Cartagine (v. Erodoto e Siculo): al limite, il collegamento mnemonico con le pratiche popolari deriva dalla croce di sangue segnata sulle porte degli ebrei al tempo della pasqua mosaica in Egitto, che — specifica Flavio — era avvenuta "il quattordicesimo giorno di nisan, quando il Sole è in Ariete".<%pagebreak()%>Nel caso di Gesù, il culmine della Passione metaforizza il corso del Sole (già di per sé assimilabile a una croce, qualora osservato a occhi socchiusi) che in primavera viene per così dire inchiodato sull'asse del mondo all'incrocio dei due fulcri cosmici, indicati da una croce decussata, in quanto gli antichi vi vedevano l'intersezione fra equatore celeste ed eclittica, con l'asse del mondo che funge da supporto, mentre la croce latina è essenzialmente d'uso tardo specialmente per quanto riguarda la sagoma dello strumento di supplizio, che in origine fu a forma decussata oltreché a Tau o commissa; non mi stupirei che il simbolo null, già noto prima di Costantino come emblema solare, cripti piuttosto una costruzione del genere, oltreché il monogramma di cristoV. Ritroviamo altri tipi di immagini di crocefissione decussata nella mitologia greca, ad es. con il racconto di Issione (v.), remake di un arcaico dio solare che in certe scene era rappresentato affiancato da altri due famosi personaggi (v.), che incarnavano la hybris contro il volere del dio supremo.

I punti equinoziali giacciono appunto su questa intersezione; dato che l'equinozio viene individuato sul punto a dell'Ariete, è chiaro per quale motivo si sia scelto questo animale come vittima crocefissa sull'albero cosmico insieme al Sole, che, come ammette Damasceno, ha domicilio in tale costellazione. Difatti, due millenni fa si usciva dall'èra dell'Ariete e si entrava in quella dei Pesci, e l'Agnello era sacrificato sia come evento annuale che eonico.

Neppure l'origine di questo simbolismo esiste nelle scritture, ma ha radici ancora una volta popolari: gli ebrei, confessa proprio Giustino, erano soliti arrostire gli agnelli pasquali infilzandoli su due spiedi a forma di croce decussata. La sintesi allegorica deriva infine anch'essa dalla Persia al pari del modello della vittima, Varak ("Agnello"), come era chiamato l'Ariete dai persiani (v. Bundahishn).

Nel cristianesimo pure questo campionario è tardo: nella stessa arte delle catacombe non si trova mai la crocefissione di un uomo, ma di un agnello. La più antica scena del genere è quella di Santa Sabina, datata al V secolo, e solo quasi mezzo millennio dopo, con papa Adriano I, si decise di sostituire l'animale con un essere umano. Nel medioevo, l'agnello verrà sovente alternato all'ariete (gr. krios), che fu un comune simbolo di Gesù unificato al cerchio con la croce solare e fu sfruttato anche per l'omofonia con christos; la parafrasi isagogica del concetto è ripresa secondo il medesimo sistema per cui l'agnello (arhn) equivale all'uomo (anhr), la cui trasposizione analogica è tracciata sull'episodio biblico della sostituzione di Isacco. Ritroviamo la pelle d'agnello appesa alla croce decussata o a forma di corna d'ariete in moltissime raffigurazioni iconografiche, unitamente all'esplicita costruzione dell'agnello con la bandiera crociata circondato dai kerubìm degli evangelisti: se passiamo alla mitologia greca, il favoloso Vello d'Oro di Giasone, come attesta ad esempio Metodio, rappresenta appunto tale metafora.

(1) Queste due opere, redatte in epoca partica avanzata, sono il risultato della rielaborazione di testi più antichi, ricopiati da originali scritti verosimilmente prima della conquista di Alessandro.
(2) Il pentagramma è un simbolo altrettanto antico della croce, ma di significato astronomico più diretto e marcato, al punto da divenire il segno "magico" per eccellenza; per questo motivo era meno usato dai cristiani, sebbene avesse la stessa funzione della croce, che in pratica ne costituisce la sub-struttura. Difatti, così come la croce fu immediatamente fatta inerire a significati astronomici, collegando ciascuno dei suoi bracci a una direzione cardinale e rispettiva costellazione zodiacale preposta, altrettanto era stato fatto sin dalle origini col pentagramma; in particolare, mentre nelle croci latine cristiane il segno coordinatore è inserito al centro ed è costituito dalla vittima stessa, che in passato era un "agnello", nel pentagramma esso occupa la cuspide superiore, ed è per l'appunto l'Ariete. Non deve stupire per quale motivo gli antichi padri calcolassero come quinta sporgenza della croce anche il sedile su cui era adagiata la vittima.
(3) Così ad es. l'Enciclopedia Cattolica: "Il Salmista predice la bucatura delle mani e dei piedi [...] Questa è una vera profezia, poiché fu concepita prima che esistesse un'usanza del genere: e, come visto, la pratica di inchiodare il condannato a una croce a Tau era, a quel tempo, esclusivamente occidentale". A parte il fatto che una "profezia" post eventum non provi alcunché, questa affermazione è estremamente scorretta, senza considerare che il Salmista non parli di alcuna crocefissione e che fra le genti orientali ad es. già fenici e cartaginesi usassero questo tipo di supplizio. Invece, "hanno bucato le mie mani e i miei piedi" è stato "tradotto" erroneamente dopo Geronimo da una locuzione originaria che per gli ebrei significava "come leoni [pasteggiano delle] mie mani e dei miei piedi", ove "hanno bucato" significa, invece, "come leoni", approfittando dell'omofonia tra le radici dei due termini ("kara" e "karyeh"). Simili "traduzioni" non sono infrequenti, nella Bibbia e nei vangeli.
Gli apologisti dicono che i due termini non sono molto distinguibili, dato il tipo di grafia delle parole ebraiche; nonostante ciò, e nonostante persino la Vulgata di Geronimo avesse tradotto "come leoni", essi riescono comunque ad attestare che la seconda sia quella giusta, semplicemente perché la prima "non ha alcun senso qualora riferita alle profezie su Gesù" (!), dice il Christian Courier... Eppure, in quel salmo "David" fa connessione altre due volte ai leoni... E lo stesso Isaia (38.13), così sfruttato quale "profeta" di Gesù, rapporta il termine connesso a leoni, quale "come un leone ha frantumato le mie ossa"! La versione compilata da Aquila, addirittura per emendare la Settanta (dove appare "hanno trafitto"), non parla di "bucare", ma di "sfigurare".
Nessun ebreo questiona sulla reale dizione di questo piccolo ma notabile termine; soltanto i "biblisti" cristiani lo fanno, per motivi assai ben evidenti. Ma il problema non si porrebbe nemmeno, perché, pur nel caso in cui si trattasse del verbo "kara", o "karu", non significherebbe certo "bucare, trapassare", bensì "portare alla luce", come nel caso di oggetti dissotterrati (v. 4QPs).
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