Sei tu colui il quale doveva venire, o dobbiamo attenderne un altro?
.. Matteo 11.3-4.
In precedenza abbiamo introdotto il modulo inferiore del modello dualistico, ossia la variante di sostituzione; inserito in un contesto che trasla il moto solare, questo modello identifica due fasi del corso stagionale del Sole. Generalmente, queste due fasi sono individuate in base a due punti virtuali, a partire dai quali le giornate crescono e decrescono: questi "nodi" sono detti solstizi, perché, quando si trovava "posizionato" in essi, il Sole sembrava essere sospeso. Gli altri due punti virtuali fondamentali sono gli equinozi, cioè quelli nei quali il dì e la notte hanno uguale durata.

Questi quattro demarcavano gli altrettanti archi stagionali ed individuano le quattro feste fondamentali della cristianità: a questi punti se ne aggiungevano altri quattro, che intercalavano ulteriormente il percorso, attualmente rinominati in altrettante feste cristiane, le più importanti delle quali sono il 2 febbraio, vale a dire la presentazione al Templio, e Ognissanti, l'antico Halloween dei popoli anglosassoni. Per inciso, la risultante di questi punti, messa in rapporto alle direzioni cardinali, segnava una costruzione che, proiettata su un arco del cielo, rappresentava un simbolismo ben noto sin dall'epoca dei babilonesi, che lo rappresentavano con un animale composito costituito dall'unione delle costellazioni zodiacali nei cui settori giacevano questi punti. Difatti, lungi dal significato superstizioso che siamo abituati ad attribuirgli a cagione della diffamazione portata avanti premeditatamente dalla chiesa, per gli antichi lo Zodiaco era piuttosto il "quadrante" semplificato che serviva a puntare e riconoscere i settori di questo movimento tanto quanto il quadrante di un orologio divide il giorno in dodici ore: ciò dato che giace sull'eclittica, ovvero la fascia immaginaria su cui si muove il Sole durante l'anno.

Questi "animali", chiamati khurub a Babilonia, passarono dai babilonesi alla tradizione ebraica, che collegava apertamente lo Zodiaco alle dodici tribù di Israele; questi simboli furono poi mutuati dagli ebrei ai cristiani, che li separarono dal loro mostruoso (e assai riconoscibile) corpo unico collegandoli ciascuno a uno dei vangeli, che, come diceva Ireneo, "sono quattro perché tante sono le stagioni".
Ecco un esempio degli schemi secondo i quali era dissimulata questa trasposizione, proprio dalle parole del vescovo di Lione:

"Ci sono solo e soltanto quattro vangeli, né uno in più né uno in meno; quattro, come i punti cardinali, come le direzioni dei venti principali. Questi aspetti sono come i cherubini di Ezechiele"

scrive il buon "padre" nella sua opera omnia. Poiché avrebbe dovuto spiegarci pure in che modo tali "aspetti" fossero legati agli antichi khurub astrali mesopotamici (tradotti appunto kherubim, in ebraico; oggi crediamo che i "cherubini" siano dei paffuti angioletti!) da cui il profeta aveva tratto le sue visioni, semmai se ne ricordassero le funzioni ancora al suo tempo, Ireneo così si affrettava a specificare, trasponendo la cosa in più discrete ed assorte espressioni spirituali:

"Nelle parole del profeta, il primo è simile a leone, poiché simbolizza la padronanza e la regalità di cristo nel sacerdozio; il secondo simile a toro, la «bestia del sacrificio», che richiama il perfetto sacrificio di cristo; il terzo simile a uomo, indubbiamente riferendosi alla venuta del Signore sotto spoglie umane; e la quarta, con aspetto d'aquila, con chiara allusione alla grazia dello Spirito che volteggia sulla chiesa. I quattro vangeli corrispondono a questi simboli; cristo è al loro centro"

chiaramente, così come in mezzo a qualsiasi croce o pentagramma astrale veniva posto un segno "coordinatore", che in tal caso è l'Ariete, il primo punto vernale. E queste sono le "chiare" allusioni, le candide "indubbie" nozioni spirituali, secondo Ireneo ed epigoni; donde le avessero tratte, è un mistero della fede. O più probabilmente, della necessità.

Generalmente, però, la divisione ottimale del corso annuale era fissata su una convenzione per la quale il percorso del Sole poteva essere considerato ascendente o discendente a partire da un asse immaginario: subito dopo l'equinozio di primavera, il dì diventava gradualmente più breve a partire dal solstizio d'estate, fino a raggiungere la sua minima durata una volta passato l'equinozio d'autunno, finché, superato il solstizio d'inverno, iniziava a crescere nuovamente, culminando nuovamente al punto di partenza. Nei vangeli tutto ciò è stato cifrato a partire dalla data di nascita di Gesù e di suo "cugino", che costituiscono la prima coppia contrapposta del racconto.

Non credo sia un caso che quale data di nascita di Gesù sia stato scelto il 25 dicembre; stranamente, nei vangeli non esiste alcun riferimento all'esatto giorno di un evento così importante, né è possibile desumerlo da altri dettagli se non la presunta data di nascita del Battista. Invero, anche quest'ultima si presta a suscitare parecchi interrogativi, dato che, non tanto dai costumi stagionali dei pastori, ma piuttosto da un attento esame dei turnovers delle classi sacerdotali del tempo, Giovanni non avrebbe potuto mai nascere in giugno, perlomeno non senza che il padre non avesse contravvenuto alle rigide disposizioni che sanzionavano le relazioni matrimoniali dei sacerdoti ebraici.

C'è da dire che le date odierne furono semplicemente ricalcate proprio da festività preesistenti da millenni, già legate ad altri dèi "pagani"; il 25 dicembre fu già la festa della natività di Mitra, così come il 24 giugno fu legato a festivals che celebravano il fuoco nuovo ovunque nel mondo. Si trattava per l'appunto di due assi in base ai quali il Sole cresce e decresce, così come l'ignoto autore dei vangeli fa dire al suo Precursore.<%pagebreak()%>Giovanni non era un personaggio qualunque: oltre ad essere figlio di un alto sacerdote, era intimamente legato alla famiglia degli Erodiani, dato che Antipa si confidava spesso con lui per questioni di grande importanza. D'altronde, la valenza di Giovanni era già stata espressa con precisione negli "apocrifi", i quali, a differenza della figura secondaria illustrata nei vangeli, ne parlano per l'appunto come secondo messia, che doveva affiancare Gesù nel Nuovo Regno di Israele unita. In pratica, Giovanni costituisce la figura del cosiddetto anticristo, che non esiste nel codice biblico se non per quel che potremmo estrapolare da un modello duale costituito dal messia temporale ("cristo") e quello religioso ("anticristo"); tutt'al più, un'idea del genere potrà essere solo e soltanto essena, incarnata nei gemelli Melqizadek e Melkiresha (ossia "Belial"), a loro volta visibilmente ricavabili dagli avestici Traetaona e Azhi Dahaka.

Che sia stata storica o meno, nella sua tragicità la decapitazione del Battista costituisce l'episodio che apre la fase di avvicendamento dello schema, e praticamente inizializza gli eventi successivi della vicenda evangelica; come vediamo dai vangeli stessi, essa avviene durante la Pasqua (non il 29 agosto, come dice la chiesa), addirittura nel corso del genetliaco di un re (di stirpe), ossia Antipa, e si richiama ad un simbolismo a carattere misterico-astrale ben noto che nella Bibbia vediamo cifrato in parecchie circostanze, da David e Golia come classico tema del gigante e del nano, al Libro di Giuditta per quel che riguarda il sistema di successione regale con corredo di "nozze sacre" (1). Le metafore personificate erano correlate con le operazioni del ciclo agrario: la mietitura, dell'orzo in marzo-aprile, del grano in agosto-settembre; la vendemmia, in ottobre; la potatura, nei mesi freddi etc., simboleggiavano la "testa" o altre parti del corpo del dio della natura separati dalla terra per nutrire l'uomo, come già ben annotato da Porfirio a proposito di Attis, Adon e Dioniso.

La connessione a doppia chiave di riferimento allude a funzioni astronomiche abbastanza complesse, per cui non stupisce il fatto che si trattasse di "misteri" incomprensibili al profano, anche perché devono essere rapportati al livello di cognizioni del tempo e alle sue contaminazioni con funzioni misteriche, dato che il corso dei cieli era concepito come espressione della volontà divina; se i solstizi costituivano dei punti di passaggio fondamentali per quel che riguarda il trapasso ciclico da momenti di sospensione del corso solare agli equinozi, questi ultimi erano connessi a fattori assiali direttamente legati alla mediazione della notte col dì, da cui diverse erano le funzioni di rappresentazione.

Da tutto ciò consegue che fissare la "nascita" di Giovanni al 24 giugno, in contraddizione storica con i calcoli delle classi di servizio del padre, fa parte di tutto un insieme di parametriche a carattere simbolico atte a codificare sinteticamente un processo d'escursione calendrica come una sorta di parivartan vedico; stesso dicasi per Gesù, che in pratica costituisce non solo la funzione primaria di riferimento del mito (il che è naturale, dato che esso ruota intorno al Sole), ma il personaggio fondamentale del corso annuale. Chiaramente, vuoi per motivi legati a problemi di sincronia luni-solare e precessionale che per fattori inerenti alla necessità di cifrare dettagli sensibili, nella vicenda cristologica la funzione dei simbolismi assiali viaggia su parametri molto meno aperti.

Se partiamo dalla cristallizzazione a-storica del 25 dicembre e del 24 giugno, v'è motivo di credere che chi scrisse i vangeli si sia premurato di definire certi dettagli per un ben preciso fine: indipendentemente dalla contrapposizione di cui sopra, il fatto che nel calendario cristiano i natali del Battista e di Gesù vengano rievocati per l'appunto nei mesi sottesi da due costellazioni eclittiche antagoniste, non può sembrare una fortuita coincidenza. Senz'altro, la precisazione sulla data di nascita del Battista e sull'entrata trionfale a Gerusalemme ha un suo senso ben compiuto nell'ottica dell'avvicendamento, del "crescere" e "decrescere" fra i due protagonisti principali dei vangeli (2).<%pagebreak()%>Nel caso in cui sequenze siffatte potessero apparirci improbabili qualora discisse da significati metaforici, in Matteo osserviamo che Gesù ordini di bardare un'asina ed un puledro per fare ingresso a Gerusalemme, il che avviene più verosimilmente sul far dell'autunno, dato che le palme (e i fichi) non fioriscono o fruttificano certo in primavera: anche in questo caso abbiamo delle usuali condensazioni di cicli temporali — nel caso specifico diametrali — come se l'evento fosse una sequenza unica occorsa nell'arco di qualche settimana anziché di sei mesi. Siamo, dunque, vicini al capodanno religioso ebraico, il Rosh ha-Shanna, ed allo Yom Kippur, anziché nel periodo del capodanno civile, il Nuovo Anno dei Re. Oltre a ciò, il costrutto matteano, nonostante la sua bizzarria sia sempre passata "in cavalleria", è estremamente chiaro nella sua simbolicità, dato che ritroviamo un precedente analogico sia nel Ciclo di Baal che nella mitologia dionisiaca.

Nel primo caso, la variazione mnemonica appare estremamente evidente: l'elemento preesistente del Ciclo di Baal ci porta a prevedere una persistenza di nozioni arcaiche legate ai medesimi luoghi in cui opera Gesù, dato che Canaan occupava l'antica Samaria e Galilea, al punto che non è inatteso ritrovare l'antica nazione sotto le spoglie di Canaa, città ignota alla storia al pari di tante altre nei vangeli. La scena si svolge dopo che la vergine Anat ha preparato il banchetto regale per Baal; poi si sposta su Ashera, che compie un viaggio per visitare El a un altro convito, al fine di chiedergli d'insediare suo figlio Attar (la Stella del Mattino), che regna per un certo periodo in luogo di Baal, ma, non essendo all'altezza del compito, viene subito rimosso ed infine sostituito nuovamente da Baal risorto dalle fauci della Morte. La scena include sia il tema dell'entrata in groppa a un asino (anzi due, pure in questo caso) che quello della stella indicatrice e del banchetto di pane e vino:

"Ashera, Signora del Mare, esclamò: «Ferra un asino, attacca un somaro». La benedetta Qadesh udì. Ferrò un asino, attaccò un somaro, mise sul primo Ashera, ed iniziò ad illuminare la via, simile ad una stella dinnanzi alla stella che segna il polo. Davanti andava la vergine Anat, e Baal si slanciò verso le altitudini dello Zephon. Allora ella si voltò dinanzi ad El [...] ne varcò l'abitazione, e giunse al domicilio del padre Shunem, il santo vecchio dei giorni [...] Ella cadde ai piedi di El, prostrandosi ed onorandolo. Non appena la vide, El sorrise [...] e disse: «Perché è qui giunta Ashera, la Signora del Mare? [...] sei forse affamata? Mangia qualcosa, allora! O forse sei assetata? Allora bevi qualcosa! Mangia o bevi! Mangia il pane dai tavoli, o bevi il vino, il sangue della vite, dalle coppe!»".

La chiesa ha fissato "storicamente" il miracolo di Canaa al 6 gennaio; un'operazione di per sé assai strana, dato che in tal caso non si comprende se i proto-cristiani fossero degli eretici, nel credere che tale data sia stata quella della nascita di Gesù prima che la chiesa stessa la spostasse ulteriormente al 25 dicembre. A proposito di precedenti, la cosa più notabile è che neppure tale evento sia originario ai vangeli, dato che ricalca il "miracolo" compiuto frequentemente da Dioniso e dalle sue Enotrope secondo Achille Tazio, Plinio e Apollodoro; a parere del secondo di questi, proprio tra il 5 e il 6 di gennaio, sull'isola di Andros le fonti d'acqua avevano un gusto simile al vino appunto in onore di Dioniso. Pausania aggiungeva che a Elide i sacerdoti di Dioniso piazzavano in un recinto tre giare sigillate e vuote, che il giorno dopo si trovavano piene di vino, naturalmente per miracolo (... di vasi comunicanti).

Il fatto di Canaa prelude all'investitura vera e propria di Gesù a "Bethania", poco prima dell'entrata trionfale; la scena della resurrezione di Dioniso dalle sue ceneri era commemorata durante le Lenee, che cadevano in data variabile tra fine dicembre e 6 gennaio, laddove la sua apoteosi era rappresentata solitamente a cavallo di due asini, che nel mito greco furono trasportati in cielo dal dio nella costellazione del Cancro, ove divennero gli attuali Aselli, accanto ai quali ritroviamo l'ammasso del Presepe, che Arato chiama (guarda caso) "la Mangiatoia".

Pure a Babilonia e in Egitto l'asina e il puledro figuravano fra i tanti simboli di questa costellazione, a mimare il corso retrogrado del Sole all'apice della stagione estiva nel mese di Thoth, il capodanno egizio, mentre avviene il sorgere eliaco di Sirio e si verifica lo scontro fra i due divini contendenti Horus e Set. In Egitto il paziente animale era peraltro uno dei simboli totemici di Set ed era sacrificato sovente in onore del falco solare per dispregio alla sconfitta subìta dal dio del male: cavalcando l'asino, Horus attestava il trionfo sul rivale e la propria sovranità legittima.

Così completava Porfirio di Tiro ne Sulla grotta delle ninfe:

"Poiché questa caverna è un'immagine del mondo, come testificano Numenio e Cronio, al fine di elucidare il motivo della posizione delle due caverne è necessario premettere che ci sono due estremità nel cielo: il solstizio d'inverno, la meridionale, e quello d'estate, la settentrionale. Il tropico estivo, ossia il cerchio solstiziale, è nel Cancro; quello invernale è in Capricorno. Poiché la prima di queste due costellazioni è prossima alla Terra, è governata dalla Luna, vicina al nostro pianeta; l'altra, distante, è data a Saturno, che fra tutti i pianeti ha l'orbita più grande ed è il più lontano da noi [...] Parecchi teologi considerano queste due costellazioni come due porte: Platone le designa così. La prima, dicono, è quella da cui discendono le anime incarnate: l'altra quella da cui risalgono in cielo [...] Parmenide le menziona nel suo libro: né erano ignote agli egizi e ai romani, poiché questi ultimi celebrano i Saturnalia quando il Sole è in Capricorno [...]
Con gli egizi, però, l'anno non comincia in Aquario come accade fra i romani, bensì nel Cancro, poiché la stella Sirio la costeggia: quando questa stella sorge, essi celebrano le calende del mese, poiché questo è il luogo dei cieli ove inizia la vita [...] I persiani assegnano un posto congruo a Mitra vicino al punto equinoziale: egli ha la spada dell'Ariete e il simbolo di Marte, e porta il Toro simbolo di Venere".


(1) Gli ebrei chiamavano "testa" il primo giorno di ogni mese; la cosiddetta testa dell'anno (ebr. Rosh ah-Shanna; v. il nostro "capodanno") era il primo giorno di aprile, che era anche detto Nuovo Anno dei Re. Con ciò si voleva dire che l'anno nuovo, subentrando al precedente, in pratica faceva "saltare la testa" a quest'ultimo. Simbolismi che analogizzano il corpo umano al corso annuale erano frequenti nel passato, e gli ebrei stessi ne erano a parte, come ci dice il Talmud; maya, egizi e vedici usavano metafore analoghe. Ritroviamo schemi del genere ovunque al mondo: ad esempio, presso le culture slave, gli dèi gemelli Cernbog e Bielbog ("Dio Nero" e "Dio Bianco") si affrontavano dopo la creazione, decapitandosi a vicenda.
Fuori da casi come quello di Attis, Dioniso e simili, altri esempi del genere, associati a concetti di successione, si riscontrano in Grecia nella castrazione di Urano da parte di Crono, fra gli hurro-hittiti con quella di Alalu per mano di Kumarbi, in India con la bisecazione di Rahu e Vtra ad opera di Visnu e Indra, in Scandinavia con lo smembramento di Ymir, fra i quiché con la decapitazione di Hunabkú, e tanti altri. Nelle culture anglo-celtiche, questo schema era chiamato beheading game, di cui abbiamo gran mole di esempi nei miti gaelici che confluiranno poi nel ciclo arturiano; di norma, il certame era cagionato dalla competizione per una "dama", che molto spesso tradiva e causava a turno la morte di ciascuno dei contendenti.
(2) Una metafora del genere valeva anche per il mito di Tammuz, che al pari di Persefone si avvicendava per sei mesi nel mondo dei vivi e per i rimanenti in quello dei morti: "Gli ateniesi" scriveva Giuliano "celebrano i misteri di Cerere due volte l'anno: nell'Ariete i Minori, in Bilancia i Maggiori". Il dio siriano moriva l'1 tishri e risorgeva l'1 nisan, ossia nei giorni del capodanno religioso e civile del calendario ebraico, che riprese i nomi dei suoi mesi da quello babilonese.
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