Un mito è una religione nella quale non crede più nessuno.
.. James K. Feibleman.
Come anticipato, nel capitolo precedente abbiamo effettuato una post-introduzione riguardo al tema di sostituzione per un ben preciso motivo. In genere tutti i miti che contemplavano fattori contrappositivi evidenziavano delle componenti di contrasto tra i loro protagonisti: l'artifizio di sostituzione è semplicemente una sub-componente secondaria di tale modello, che, qualora messo in relazione a un culto legato a doppio filo al calendario, apre tutta una serie di finestre concatenate su delle variazioni che si miscelano, nel caso, con una maestria rara; ciò consentì a chi scrisse i vangeli la possibilità di condensare e rielaborare una mole sterminata di concetti mitografici omologhi predando sorgenti a destra e a manca, ed accorpandole quasi senza sbavature in un tutt'uno dall'apparente continuità letteraria e concettuale, perdipiù forzato e cifrato (per ovvie ragioni) entro confini a carattere psichico.

Per tale motivo, tutto quanto riusciamo ad estrarre da questa spessa maschera diventa facilmente celabile dietro frasi, parabole, scenari della vita di tutti i giorni che congelano il contenuto misterico e lo fanno semplicemente presentire per sensazione, costringendoci a cercare dietro le sue righe. Quel che è peggio, sin quando crederemo che questa storia è tale qual è nuda e cruda, continueremo a vederla sempre secondo la prospettiva che fu prevista da chi operò tale operazione. Influenzati dalla forzata visione trans-naturale e spiazzati dalla struttura e dal contenuto dei vangeli, che possono illustrare tutto e il contrario di tutto, schiere di studiosi allineati si sono trovati nelle condizioni di scorgere una sequela sterminata di ritrovati "ermeneutici", di apologhi "etici", di incarnazioni "psicologiche"; tutto, fuorché quel che veramente sono. Invero, i vangeli sono degli scritti estremamente anomali perché sono scaturiti da una trafila di necessità opposte.

Chiusa la parentesi, abbiamo anticipato che la formazione del culto cristiano è impostata su concetti prevalentemente solari. Se c'è un archetipo "divino" universale, dal quale nessun popolo al mondo ha potuto mai prescindere per costruirsi le sue icone di "dio manifestato", questo è chiaramente il Sole: l'astro diurno è datore di luce, di vita, di visibilità, ed era normale che qualsiasi dio sommo accorpasse in questo simbolo le sue caratteristiche supreme, arrivando a fagocitare tutti gli altri dèi specifici, come avvenne già in epoca tarda nell'Impero, stando a quel che ci dice ad es. Macrobio. Quale miglior "dio supremo" per imbastire una nuova mitologia, all'infuori del Sole? Già osservando una classica raffigurazione di Gesù, non si può non rimarcare una pedissequa analogia con le rappresentazioni dei vari dèi solari del passato: il viso incorniciato dalla barba e dai lunghi capelli sono una simbologia non solo dell'homo adamiticus, ma anche del Sole, coi suoi raggi dorati che circondano il volto splendente del "dio". La stessa aureola, che comparve sull'idolo solo a partire dal V-VI secolo, era già un emblema acquisito di questi personaggi proprio al fine d'indicarne la provenienza luminosa, relativa all'astro diurno, ma per ovvi motivi col tempo tale simbolismo passò sotto forme "sublimate", talché la tematica solare, assai ovvia e indiziaria, fu tramutata dai teologi come "aura divina": non si capisce per quale motivo, dato che tale concetto dovrebbe riguardare tutto il corpo e non già soltanto il capo.

La stessa corona di spine della crocefisione sottolinea la reale origine del simbolismo, dato che indica il Sole afflitto durante il momento d'agonia sul crocicchio dei cieli, all'equinozio di primavera; allo stesso modo per quel che concerne la classica aureola con la croce al centro, di chiarissima derivazione solare baaliana. Sono tutti simbolismi estremamente abili, essendo dissimulati sotto indicazioni fisiche, ma non certo impossibili a rintracciarsi nelle loro origini e significati.

Quanto all'aspetto stesso del "dio", questo è ricalcato alla perfezione su quello di Serapide, Tammuz, Marduk ed altri dèi "pagani" morti e risorti; se non altro, fu proprio dopo le riunioni di Alessandria, centro di culto dell'erede di Osiride, che questa iconografia si affermò, forse per influsso sincretista di Atanasio. Difatti, in precedenza tali icone erano ignote, a prescindere dal fatto che l'aspetto di Gesù non sia descritto neppure nei vangeli, cosa anomala a dirsi per una biografia così importante, che indulge su dettagli a tratti superflui (se non indiziarii anch'essi) come l'abbigliamento e le abitudini alimentari del Battista, ma non dice una parola sulla figura del dio: v'è da chiedersi da dove esse siano state ricavate, dato che le fonti "biografiche" ufficiali non ne parlano.

Gli stessi "padri" non avevano mai saputo quale fosse l'aspetto di Gesù, al punto che qualcuno di loro credette cosa buona approntare la famosa Lettera di Lentulo, uno dei classici della fabbricazione agiografica cristiana: certi altri, come Eusebio, parlavano di miriadi di ritratti che raffiguravano Gesù, ma conoscendolo credo che potrebbe essersi confuso con qualche rafigurazione di Dioniso adulto; altri hanno fatto diventare pittore l'evangelista Luca, facendolo autore di quadri del cristo dipinti da lui medesimo, che peraltro non fu uno dei suoi seguaci dato che ne conobbe le gesta per sentito dire (ma da testimoni oculari, beninteso); altri ancora, come Agostino, smentivano l'illustre acrobata di Cesarea, dicendo che non esisteva alcun ritratto di Gesù fino al suo tempo.

Le primissime rappresentazioni del "cristo" furono quelle di un agnello, che fu scalzato da un simbolo umano gradualmente dopo il Concilio di Cartagine, ma ancora a quel tempo il "dio" era imberbe, di stile giovanile e grecoide; dall'epoca bizantina in poi, sotto l'influsso delle reminiscenze alessandrine, prevalse la figura barbuta del nuovo Serapide. In questo modo è stato creato Gesù, come prototipo di uomo adamitico, con l'abito semplice e il "look" nature, scevro dagli orpelli della società "mundana"; quando ci sentiamo lontani dalle nostre radici basilari, ci appigliamo a simili esempi di "semplicità" onde ritrovare la "santità". Le elaborazioni più moderne, quelle di tipo nordico, sono tutte nuove, e si distaccano del tutto dalle fattezze mediterranee dei primordi, al punto che potremmo congetturare siano il frutto di qualche apparizione del "dio" a qualche pia donna in vena di solacio spirituale; non c'è dubbio che tale tipo di icona sia più attraente rispetto alle tetre e scarne figure bizantine. D'altronde, se fosse stato il contrario, dovremmo pensare che Paolo di Tarso, a sua detta imbattutosi in Gesù in persona, non avrebbe mai inveito contro gli uomini capelloni (lui stesso accuratamente rapato...) nella prima lettera ai corinzi.

L'assenza di certi dettagli fra i tanti, e del modo in cui sono stati integrati, pare sia una domanda sfuggita ai fedeli più attenti, che hanno sempre confidato nella divina ispirazione e nel codice deontologico dei ministri di culto: in verità, il vero miracolo del cristianesimo è la compilazione della "biografia" del suo idolo, che per poter essere scritta necessitava di cognizioni tecniche fuori del comune convogliate nello sforzo di più esperti, e non certo bagaglio di una sola persona; Rodio, Ovidio, Arato, Nonnos e quanti altri esperti di cripto-mitografia del passato classico, non sarebbero riusciti a fare altrettanto se non unendo i loro sforzi. Coloro i quali scrissero i vangeli, al pari di parecchi fondatori della chiesa, erano sicuramente ferratissimi non solo in mitologia e decostruzione storica, ma anche in quello che — come dovrebbe già esser chiaro — costituisce il sottofondo precipuo di qualsiasi mito: l'astronomia.<%pagebreak()%>I sacerdoti del passato erano in primo luogo dei letterati e degli astronomi, che tra le altre funzioni avevano il compito di prevedere gli eventi della comunità osservando il cielo; i mistici di determinate culture, come i maya, i caldei o gli esseni stessi, giunsero a livelli di conoscenza astronomica estremamente elevati, tali da non sfigurare agli occhi di un astronomo moderno. Continuando la tradizione dei predecessori, la chiesa ha sempre avuto una straordinaria considerazione per il cielo, inteso non soltanto quale manifestazione fisica di una vaporosa "dimensione" ultraterrena, ma anche come sfondo dei cicli cosmici e calendrici; i moti celesti erano "cosa sacra" per tutti i popoli del mondo, poiché rivelavano il moto impresso da dio alla "creazione", moto che segnava il corso del tempo, contro cui l'uomo nulla poteva.

L'interesse dimostrato per il calendario da parte dei pontefici, continuatori dell'impegno dei loro antesignani romani nel settore, non ha bisogno d'essere sottolineato, se solo pensiamo a quante e quali problematiche si sottopose il buon Gregorio per raddrizzare il sistema giuliano, onde poter meglio calcolare la caduta della pasqua: questo forte interesse si paleserà, però, in un'apparente marginalizzazione dell'astronomia nei confronti dello stesso culto cristiano; il motivo di ciò è molto semplice a capirsi, ed è il medesimo per cui fu necessario trasporre immagini dirette in astrazioni a carattere psichico, onde giocare sulla sensazione confusa.

La necessità di mettere ordine nel multiforme caos pagàno onde influire sulla società tramite la religione, sfociò nell'accentramento delle caratteristiche astrali di tutti gli dèi precedenti in Gesù: in pratica, i cristiani si costruirono un dio più coerentemente accorpativo, ma distante da aperte identità astrali. Per questo motivo si cercava di scorporare queste ultime dalla teologia parlando di concetti vaghi, eterei; in tal modo, adorando un essere incarnato che sussumeva componenti astralizzate, si adorava il dio invisibile che ne era padre ed emissario, obliterando malamente i concetti astrali, come ci fa notare il buon Paolo nella Lettera ai colossesi (1).

Poiché questo dio era appunto invisibile e giocoforza trascendeva l'adorazione umana, in quanto rappresentava il meccanismo dell'evolversi delle cose, dei percorsi celesti, del ciclo delle stagioni, l'unico modo per adorarlo e rendergli onore era istituire un culto nei confronti di un essere umano che, palesando sapienza delle cose del dio invisibile, poteva essere chiaramente definito suo "figlio" per compartecipazione, a maggior ragione nel caso in cui costui era nato e vissuto in un periodo storico simbolicamente indiziario: è placito dire che dio sia un'entità trascendente qualunque determinazione risulti molto più potentificante, evoluta e soprattutto vantaggiosa rispetto ad altre, salvo ammettere che entrambe siano delle costruzioni proiezionali erronee. Di quest'evidenza Paolo ci fornisce ampia prova, che rimane però accortamente dissimulata in mezzo alle sue usuali farneticazioni.

In sostanza, i cristiani non fecero altro che scremare le nozioni pagane da dati, concetti, riferimenti, espressioni e richiami astrali "sicché essi vedendo non vedano, e udendo non sentano", dice Luca, pur annunziando la parusia con segni nel Sole, nella Luna e nelle stelle, sostituendoli con simbolismi piatti, incolori, privi di caratteri e richiami palesi soprattutto all'astralità materiale; evidentemente, in tal modo pure quei concetti di rilievo riscoperti dietro le righe diventano ulteriormente insignificanti, pagani, superstiziosi, roba da "astrologi e riformatori del mondo". Non potevano distaccarsene di netto, dato che le mitologie similari erano pregne di queste convenzioni misinterpretate. Se si voleva indicare Gesù come un simbolo cosmico che, come nel passato politeista, era sottoposto al malinteso influsso degli eventi eonici e dei cicli stellari che lo indicavano come messia atteso secondo la legge e i tempi, non poteva essere fatto apertamente; in sostanza, la caratteristica dell'avatara era proprio quella d'essere subordinato ai cicli temporali, come Krsna, Saosiant, Mahavira, Quetzalcoatl, e via dicendo. La cosa era ancora ben nota ai padri.

Ippolito, commentando all'opera del poeta Arato, connazionale di Paolo vissuto al tempo del mecenate della Settanta, così scriveva:

"Ora, continua Arato, le Orse sono due ebdomadi, ossia composte da sette stelle, immagini di due creazioni; poiché la prima creazione è quella fatta per mano d'Adamo, la seconda lo è per mano di cristo, che è il Serpentario [...]
Ora, Cynosura (la Polare) guida per un percorso diritto coloro i quali la seguono come coda del Cane Maggiore; poiché anche il Cane è il logos, nella forma di guardiano del gregge [...] Da cui, come asserì Arato riguardo al sorgere del Cane: «Quando sorge, il raccolto non fallisce» [...] E quando si verifica il sorgere del Cane, i vivi sono separati dai morti, poiché qualsivoglia pianta che non ha ancora messo radici, va in putrefazione: pertanto, questo Cane, una sorta di logos divino, è stato ordinato giudice dei vivi e dei morti. Per una causa similare, Cynosura [la seconda creazione] è situata in cielo a immagine del logos".

Forse ignaro di simili brani, il controverso Agostino, a suo tempo patito d'astrologia e tormentato nemico delle scienze, cercava furbescamente di trarsi d'impaccio travisando l'etica delle lezioni di retorica di Quintiliano, così dicendo nella Esposizione dei Salmi:

"Non pensiate, fratelli, che il Sole deve essere adorato per il fatto che nelle scritture talora esso simboleggia il cristo [...] Se così è, perché non adorare allora anche una roccia, un agnello, un leone, poiché anche questi sono un tipo di cristo? Osservate quanto sono numerosi i tipi di cristo: ma lo sono per similitudine, non per essenza".

Potremmo dire, excusatio non petita: con questa sua confessione, Agostino ci fa proprio capire tutto l'opposto, ovvero che ci fosse necessità di camuffare ripetutamente delle nozioni estremamente evidenti ad occhio nudo. L'essenza rimaneva sempre e comunque: era proprio la forma, a cambiare.

L'uomo d'oggi trova arduo asseverare questo sistema, perché siamo abituati a ragionare secondo uno schema dialettico frutto della mentalità d'una società distante da quella di popoli la cui esistenza dipendeva direttamente dai cicli della natura: ad esempio, per noi Saturno identifica invariabilmente quel pianeta oggi noto con questo nome, ma per gli antichi mitografi, che concepivano i moti celesti come una serie di fotogrammi e distinguevano fra un nome divino ed uno scientifico attribuito all'astro, le cose non stavano soltanto in questo modo, e lo stesso vale per tutti gli dèi di cui parliamo, sicché se Gesù stesso è il Sole e al contempo Mercurio (Hermes, il Logos), Duchares era associato alla Stella del Mattino al pari dell'Apollo arcaico, che fu anche il Sole e Mercurio; Dioniso era il Sole autunnale e Saturno; Horus e Zeus il cielo oltreché una serie di pianeti e costellazioni, e via di seguito. Ciò spiega come mai un personaggio appaia con un dato nome nella medesima scena insieme al suo stesso alias, o addirittura frammentato in più di una copia allo stesso modo in cui accade anche nei vangeli.

Il bandolo di quest'apparente confusione non risiedeva nel nome, bensì nella sostanza del concetto, così come del resto la stessa esegesi si sforzava di propugnare a proposito degli antesignani del cristo, ed alfine vedremo anche per quel che riguarda gli apostoli ed altri personaggi evangelici; i sistemi d'attribuzione multipla dei nomi divini sono estremamente complessi, come nei kenningar scaldici o nei nahuil maya, ma in genere lo schema di riferimento concedeva che un dio potesse mutuare le caratteristiche d'altri pur fermo restando il suo nome e la sua sostanza standardizzata.

Nel mito non esistevano funzioni di ruolo rigide; a seconda del contesto, un personaggio poteva rivestire anche ruoli di valenza morale opposti, ed è questa una delle caratteristiche del mito che spiazza l'uomo moderno. Loki è il nemico degli dèi, ma li ha anche aiutati in varie occasioni; Set è a un tempo avversario di Apep al fianco di Ra, mentre in un altro contesto scenico diventa Apep stesso che lo insidia; Sobek, l'immagine propria del Livyathan in forma di coccodrillo, è ancora una variante di Apep ma al contempo fu pure l'aiutante di Osiride e Horus, al punto d'aver condiviso un templio col secondo a Ombos.

È altrettanto chiaro che, nell'impossibilità di rilevare immediatamente delle componenti criptate ad hoc, si tenderà a definire assurda la loro persistenza anche all'interno del mito evangelico, ed a parlare di mistero della fede. Gli stessi religiosi epigoni di coloro i quali codificarono questi "messaggi" trovano arduo riuscirci, sebbene inconsciamente comprendono (anche per la relazione col codice calendrico) che essi sussistono; come nel Rig Veda, ad es., le chiavi numerico-astrali sono apertamente dichiarate ma non si può attestarle apertamente, altrimenti viene meno il "mistero".<%pagebreak()%>La compilazione di miti tramite metafore astrali, non è cosa né facile né difficile, specialmente qualora ci immedesimassimo nel livello e nel tipo di culture dei tempi, e di quelle che sono state legate all'agricoltura ed al calcolo del tempo. Onde meglio illustrare la cosa, facciamo due semplici esempi.

Un racconto dei pellerossa winnebago narra di sette sorelle vergini, che attendevano alla raccorta di erbe sacre al servizio di una vecchia shamana in un villaggio sul lago Michigan: dati i loro incarichi, le giovani non potevano essere toccate da mano d'uomo, pertanto il loro creatore forgiò sette guerrieri che mise a guardia delle altrettante donne, facendole seguire a dovuta distanza. Un giorno, un anziano saggio del villaggio dei Serpenti sentì parlare delle sorelle, e decise di mangiarle; così, mentre erano intente nei loro compiti, il vecchio sortì fuori dal suo nascondiglio mostrandosi come un giovane bellissimo, sicché, nonostante i divieti, le sette vergini se ne innamorarono: a farne le spese furono i guardiani, che subirono le rampogne della vecchia padrona, ma in realtà erano stati ingannati dal vecchio, il quale, stando alle loro spalle, aveva disteso un velo di nebbia sui loro occhi, impedendo loro di accorgersi di nulla all'infuori delle giovani che compivano il loro dovere. Il giorno dopo, le sorelle uscirono ancora alla bisogna: i guerrieri furono ingannati nuovamente, ma stavolta le giovani si accorsero dell'inganno e fuggirono. Il vecchio le inseguì, e, giunti nei pressi del lago, vistesi senza scampo, le donne implorarono il creatore, il quale inviò un fulmine che incenerì il vecchio. Infine, onde impedire altri inconvenienti, il creatore piazzò le sorelle in cielo, ove divennero le altrettante stelle dell'Orsa Maggiore, mentre il vecchio divenne la Polare, ed i guerrieri l'Orsa Minore.

Questo mito ci dice che l'Orsa Maggiore, essendo circumpolare, non tramonta mai, ed il suo rapporto con le erbe è spiegato dal fatto che talora l'Orsa può avvicinarsi all'orizzonte, toccando l'erba; essa ha dinnanzi la Via Lattea (la "nebbia") mentre la Polare è alle loro spalle, sicché, mentre il Sole è in Leone, le donne corrono verso la Via Lattea ad ovest, sul lago Michigan, "inseguite" dalla Polare, e di qui "prendono il volo" sul far dell'inverno mentre l'Orsa Minore sale dall'altra parte, con la Luna in opposizione: la Via Lattea si mostra come una striscia serpeggiante, e, quando il Sole cade in Scorpione (il "serpente" per molte culture), essa si staglia sull'orizzonte settentrionale, simboleggiando in tal modo il villaggio dei Serpenti. Le "sette sorelle" abitano a nordovest: esse sorgono quando il Sole è in Capricorno mentre la Luna piena è in Leone. In quel periodo esse non hanno "veli" di fronte agli occhi, in quanto il "velo" (la Via Lattea) è, infatti, invisibile; durante il solstizio d'estate, esse di avvicinano all'orizzonte, mentre se ne allontanano all'epoca del solstizio d'inverno: in quel periodo il Sole sorge in Scorpione, sicché esse tornano a nordovest.

Per quel che riguarda espressioni più raffinate di quelle che potrebbero essere proprie a popolazioni caratterizzate da un livello culturale "primitivo", porteremo un bellissimo passo del poeta ellenista Nonnos (che pare sia stato un cristiano), tratto dalle sue Dyonisiacae; in esso, osserviamo in che modo la trasposizione assume elementi discorsivi, mescendosi senza sbavature in una concettualità unica ed uniforme:

"Era notte. Le sentinelle si ersero in linea attorno all'Olimpo ed alle sette zone delle stelle, e, come dalla sommità di torri, corse il loro allarme notturno. Il loro richiamo, in molte lingue, fu trasmesso, ed il punto di rivoluzione di Selene ricevette l'eco gracchiante dal punto di partenza di Crono. Le Stagioni, nutrici di Fetonte, avevano fortificato il cielo con un lungo nastro di nubi coprenti, come ghirlanda; le stelle chiusero il chiavistello atlantéo delle porte inviolabili, acché nessuna truppa potesse entrar di nascosto, mentre i superni erano assenti. Anziché zufoli frastornanti e familiari flauti, coi suoi venti la brezza arieggiò, nella notte, una melodia. Il vecchio Boöte montava la guardia senza chiudere occhio, in compagnia del Serpente celeste e dell'Orsa, osservando dall'alto per qualche assalto notturno di Tifone; Lucifero perlustrava ad est, Espero ad ovest, e Cefeo, lasciate le porte meridionali al Sagittario, pattugliava le acquifere entrate del nord. Tutt'intorno eran fuochi di sentinella: le fiamme fulgenti delle stelle e la luce notturna della Luna brillavano come torce. Spesso le stelle cadenti [...] attraversavano l'aëre dardeggiando corrusche sulla mano destra di Zeus [...] Meteore erranti brillavano come lunghe travi ardenti che si stagliavano sul cielo sputando il loro fuoco, quali alleate del Supremo".

Nei vangeli, questo sistema è stato spinto agli estremi, per ovvi motivi: il livello di cifratura è esasperato, al punto che dobbiamo ricorrere a diversi tipi di metodo e comparazione al fine di decifrarlo, comparando varie fonti e strutture. Ma, proprio per questo stesso motivo, la pesante trasposizione lascia intravedere (quasi suggerendolo) il vero volto del canovaccio. Ad es., se dovessimo decostruire la complessa composizione discorsiva che dissimula un episodio, ad es., quello dei 153 pesci, ci riusciremmo soltanto comparandolo con il pitagorismo: e allo stesso modo, per capire che c'è qualcosa che non va nell'uomo "portatore d'acqua" annunziato da Gesù agli apostoli, dovremmo vedere che questo mestiere era delegato alle donne, talché potrebbe farci sospettare che si stia parlando di un simbolismo che allude ad una ben nota costellazione.

Le fondamenta delle credenze sono vecchie quanto l'uomo, e, come abbiamo avuto possibilità di costatare, tutte le civiltà del passato hanno condiviso, chi più chi meno, quasi le medesime concezioni. La cosa non è strana: a parte quanto introdotto sui loro rapporti politici, economici e culturali, quando una credenza si fonda su cose basate su nozioni universali quali quelle che fanno capo all'osservazione degli astri, tutto ciò non dovrebbe affatto stupire. Non deve stupire che i maya o i vichinghi possedessero concezioni impostate sulle medesime unità di calcolo e simbologie degli egizi e dei polinesiani, se il computo del tempo fosse stato basilare per i babilonesi tanto quanto per gli aztechi, se il cristianesimo abbia molto a che spartire con l'induismo o se certe favole e leggende altro non siano che il remake popolare di antichissimi canovacci mitici trasformati, plasmati e snervati dalle loro concezioni originali per poter essere alfine riproposti in una chiave molto più abbordabile ma non per questo meno enigmatica ed ingannatrice.

Nessuno stupore, se quel che abbiamo visto per quanto concerne il mito winnebago vale anche per quel che riguarda, ad esempio, il perché gli algonkini vedessero nella coda dell'Orsa un cacciatore con i suoi due cani, che inseguono un orso per cucinarlo nella pentola rappresentata dall'onnipresente Alcor, o gli arabi, al pari di quanto concepivano i sioux e gli skidi pawnee, vi vedessero invece una processione funebre composta da tre préfiche che piangono un uomo, i cui assassini erano le due stelle terminali dell'Orsa Minore: allo stesso modo, usando delle traslazioni simboliche, i cristiani arabi giunsero a definire l'Orsa il "feretro di Lazzaro", con le tre stelle terminali identificate in Maria (la Polare, Stilla Maris, come Geronimo chiama Maria), Marta e la Maddalena, ultimi remakes della triplice dea universale. Certi meccanismi possono essere traslati in parole solamente tramite determinati concetti e idee; se un dato gruppo di stelle "fa" una cosa, e questa cosa è visibile pressoché ovunque al medesimo modo, è ovvio che l'inconscio non possa far altro che utilizzare dei determinati simbolismi estraendoli da modi di dire, fare e pensare d'uso comune che, arrangiati in una sequenza discorsiva più o meno lineare, scaturiscono nella formulazione di concetti omogenei. Se poi abbiamo un feretro al posto di sette sorelle, di sette pappagalli (per i maya) o dei Sapta Risha vedici, ciò non fa testo: il meccanismo stesso, preso in tempi differerenti, fa mutare i personaggi, ma, all'esame delle caratteristiche di tutto il racconto, essi sono sempre intellegibili. Per l'appunto, cambiano i tempi e cambiano anche gli schemi immaginificativi, ma i personaggi principali non mutano mai. Questa è una costante del mito: ovverosia, l'avere una maggiore decifrabilità rispetto al "mistero".

Infatti, nell'adattamento religioso di un mito, la decifrabilità è, di contro, molto ridotta: anzi, talora nella religione si tende ad occultare le cose in maniera tale da scorporare quasi irrecuperabilmente il significato mitico originale dal senso del racconto. Questo è uno dei motivi per cui, a parte fattori numerici e simbolici molto sospetti, ad esempio l'Apocalisse sia mito piuttosto che religione. In tal senso la religione diviene "mistero", ovvero qualcosa che non deve essere svelato del tutto e che in genere richiede, in relazione all'evoluzione della psiche collettiva di una società nella quale esso stesso è applicato, delle opportune modifiche mirate, delle "correzioni" che devono essere costantemente apportate a quanto lo caratterizza al fine di evitare che quest'evoluzione possa portare alla decriptazione della realtà che si cela sotto la credenza. Oppure, si tende a fare il contrario, facendo perdurare una forma mentis arcaica.

Naturalmente, noi dobbiamo superare il limite imposto dalla definizione statica alla nostra capacità evolutiva, ed adattiamo i concetti ai nostri tempi, riuscendo talora incapaci di comprendere la mentalità del passato: così, se in passato la "trascendenza" era sic et simpliciter una metafora delle cose celesti, i figli di una società evoluta, intrisa di quick-show come il cinema ed abituata alle idee iperboliche e senza volto necessarie a far persistere il senso dell'infinito, parlano di realtà "immateriali", "sovrasensibili", "indefinite"; se il patriarca Enoch ci parla del fuoco astrale, noi interpretiamo la sua spiegazione primitiva come metafisica divina, attagliandola al gusto immaginificativo dei nostri tempi, e fra duemila anni ancora, al subentrare di un'altra moda e attitudine psico-sociale frutto di una cultura maggiormente evoluta (intendasi, non in termini di suggiacenza alle superstizioni), possibilmente definiremo queste idee con terminologie più pertinenti al nostro tempo.

Il fatto che, sia per influsso di certa propaganda o per stimolo dei suoi tempi, l'uomo "razionalista" odierno non creda all'importanza che rivestivano queste concezioni, è un discorso a parte: quel che è importante ai fini della nostra disamina, è che ci credessero in passato.

(1) "Cristo è immagine del dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, ossia i troni, le dominazioni, i principati e le potestà". Questi ultimi erano i cosiddetti "motori dell'universo".
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