La religione di un tempo è il passatempo preferito di quella successiva.
_ Ralph W. Emerson.
Molto spesso ci si domanda in qual modo fu possibile far sì che le masse non riuscissero a cogliere il fatto che il cristianesimo fosse, in realtà, la riedizione di tanti culti pagani miscelati e riverniciati in base alle esigenze di una società "da rinnovare", e poi stratificati su una vicenda verosimile allo storico.
In primo luogo, questa mutazione non fu accettata bono more: essa avanzò di pari passo con l'imposizione armata, la confisca, la proscrizione, la pena di morte.
In secondo luogo, le masse, sempre vogliose di "novità", accettano tutto quanto proviene "dall'alto" come una cosa indubitabile: quando questo "qualcosa" è per giunta dissimulato sotto una spessa congerie di dogmi, teoremi, metafore e parafrasi, che peraltro continuano tradizioni già consolidate, sarà più difficile ricollegarlo direttamente alla sua matrice originaria e più facile farsi coinvolgere nella vertigine del superumano.
Il terzo motivo fu la grande abilità di chi ebbe l'incarico di propagandare questa fede: per prima cosa, costoro si attivarono a denigrare il passato, poi ad attuare la tecnica del paradosso e dell'inversione seguendo il clichè della Lettera ai romani paolina (3.7-8), ed infine scagliando anatemi contro gli avversari. Clemente Alessandrino, Gregorio Nazianzeno, Agostino, Tertulliano (per citarne solo alcuni fra i tanti) furono campioni di questa tecnica composita.
Infine, la gente non avvertiva la necessità di ribellarsi e tornare alle precedenti divinità perché continuava ad assorbire sempre le medesime graditissime favole, stavolta nell'illusione entusiastica di seguire delle "novità": l'innalzamento di imponenti edifici di culto, edificati su antichi templi "pagani", operava un effetto di presenza permanente per l'inconscio collettivo.

Con la copertura di Costantino, tutto ciò divenne una pratica comunissima, incentivata e protetta dal governo secolare. Dopo Nicea, si successero ben quattordici concilii in nemmeno vent'anni: in essi furono decise praticamente tutte basi del cristianesimo odierno, rendendo oltremodo complesso un vizioso mélange che culminerà poi nell'opera di Ambrogio.
Figlio illegittimo di Costanzo e di una "hôtesse" balcanica, Costantino aveva sempre nutrito un odio profondo per l'Occidente ed un amore insano per il potere ed il mistero. Egli stesso rimase pagano sino alla morte (fu battezzato pro-forma da un ariano), e non si preoccupò mai di scostare Mitra, Apollo, Zeus ed Ercole dal "dio" della "nuova" religione da lui protetta.
Sortito da una famiglia ambiziosa e di umili origini assurta al potere dopo l'intermezzo dioclezianeo, Costantino si trovò proiettato nel bel mezzo di un mondo oramai in fase di lancio verso una nuova realtà, che le grandi crisi susseguitesi da Adriano fino ad Aureliano avevano praticamente sconvolto irrimediabilmente, complice anche l'attività destabilizzatrice di agenti sia interni che esterni. Criminale spietato e lucido politico, Costantino comprese che non era più possibile tornare indietro, e che le nuove forze non potevano essere arrestate: seguendo la più classica tipologia demagogica del romanesimo, egli capì che, laddove non fosse stato possibile sconfiggerle, sarebbe stato necessario unirsi a queste forze, per poi sfruttarle.

La società imperiale aveva sofferto e continuava a soffrire questo lungo periodo di crisi con estremo scontento: il tracollo finanziario, le continue invasioni, le epidemie e le carestie lasciavano cicatrici assai profonde nella sua carne, e nessun lenimento tradizionale pareva funzionare. Le religioni del "passato", ben accette in tempi di benessere, ora provocavano disgusto al punto che le masse ammettevano che la religione fosse uno strumento. La morte si presentava cangiando mille volti, cogliendo il malcapitato senza preavviso; tutto ciò per cui avevi lavorato per una vita intera, poteva svanire in un batter d'occhio, senza che le divinità del passato potessero intervenire. Piuttosto, la delusione serpeggiava quasi nutrendosi delle stesse illusioni religiose.
I cristiani approfittavano assai proficuamente di questa situazione, sapendo già che tutto ciò era stato "previsto": anzi, si erano adoperati moltissimo affinché le "profezie" non deludessero le attese di quel "dio vero" che le aveva espresse. Predicando distruzione divina da un lato e salvezza ultraterrena dall'altro, il cristianesimo si faceva strada su un cumulo di macerie e cadaveri mietuti da guerre ed epidemie continue: la propaganda del solacio post mortem per le pene sopportate in vita, sembrava rispecchiare così alla perfezione la situazione dell'epoca, che le masse aderivano copiosamente alla nuova voce di speranza, senza chiedersi come né perché.
L'abissale ignoranza dell'epoca costituiva un fertilissimo humus per l'attecchimento di questa superstizione, ed i proselitisti ne approfittarono minando i mattoni fondamentali della società precedente, come già denunziava il grande Celso in perfetta sinapsi con Lc. 14.25-27:

"Celso c'invita a seguire la ragione e una guida razionale nell'accettare le dottrine, poiché chiunque crede senza far ciò, certamente può correre il rischio d'essere ingannato. Egli paragona chi crede senza ragionare, ai preti querimonianti di Cibele, agli indovini, agli adoratori di Mitra e Sabazio [...] giacché proprio fra costoro appaiono frequentemente dei mascalzoni che traggono vantaggio della scarsa cultura della gente facilmente ingannabile, e la conducono ovunque essi desiderano, così come accade fra i cristiani. Alcuni di loro non desiderano neppure fornire o ricevere motivazioni per ciò che credono, fornendo invece risposte come «non chiedere nulla: credi e basta», o «la tua fede ti salverà». Celso asserisce anche che alcuni cristiani dicono: «La saggezza è male, e la stoltezza una cosa buona» [...] Questa è la regola che i cristiani si sono imposti: «Fate che nessuna persona istruita, saggia o prudente venga a noi, dacché tali qualità sono presunzione, per noi; portateci, invece, gli ottusi, gli ignoranti, o gli stupidi» [...] Invero, possiamo notare come quegli individui che danno sfoggio d'infimi giochi di prestigio nei mercati non oserebbero ripeterli al cospetto d'uomini saggi; i cristiani, invece, si radunano dove vedono giovanetti, crocchi di schiavi e gente credula, e lì si scoprono senza remore" (Contra Celsum 1.9).

Dall'altro canto, il trattamento equo degli schiavi professato dai cristiani rendeva un utile maggiore rispetto alla rigida visione classista imperiale; grazie a ciò, ed ai copiosi lasciti delle matrone e dei ricchi stanchi e delusi, in breve tempo i cristiani scalarono tutti i gradini sociali, giungendo a guadagnarsi il favore dei ceti più elevati e conquistando praticamente il potere. In particolare, i romani notarono che i cristiani eseguissero gli ordini (di altri cristiani) senza fiatare, differentemente da altre genie legate a superstizioni con caratteristiche coesionanti ben diverse, e questo era un possibile punto da sfruttare per averne ragione.
A fronte di quanto stava succedendo, nel corso di tre secoli quasi tutti gli imperatori notarono facilmente che le cause dei problemi interni coincidevano con le stesse illusioni che la gente equivocava come cura; fra coloro i quali disponevano della memoria storica della Cosa Pubblica che dirigevano, erano ancora vivi i ricordi delle diatribe intestine tra ebrei e galilei che parecchi loro antesignani erano stati chiamati a sedare in maniera drastica. La cosa più sintomatica, volendo, era che persino gli imperatori d'origine straniera, una volta insediatisi, non riuscissero ad accogliere favorevolmente una credenza del genere; conquistati dalla grandezza di Roma, investiti di colpo da una coscienza di missione di civiltà, pure costoro avvertivano un pericolo esiziale per l'integrità della Città Eterna.

Dato che i cristiani parevano moltiplicarsi esponenzialmente ad ogni persecuzione e divieto, contando sul supporto di quelle classi insoddisfatte che li vedevano vittime di un potere dispotico e spietato, parecchi sovrani tentarono di fiaccare la promotion negativa del cristianesimo accordandogli la liceità; altri, osservando che questa politica attestasse null'altro che una sconfitta di Roma "secondo le profezie", perdevano la calma più facilmente.
Avevano notato, in pratica, che l'unico fine del "cristianesimo" era quello stesso già dichiarato dai fastidiosissimi ladroni nella loro patria, ossia estendere il "dominio di Dio" su tutto il mondo, diffondendo cristo "con o senza ipocrisie"; i propositi pacifici, il trattamento "equo" degli schiavi, la professione d'utilità nei confronti dell'impero, erano soltanto propaganda.<%pagebreak()%>Uno solo s'avvide del fatto che tutti i provvedimenti precedenti fossero completamente inutili, contro un'idra come il cristianesimo. Costantino si prefisse di sbaragliare gli avversari in breve volgere di tempo, mutando l'assetto della situazione secondo un modello più stabile. Per far ciò, occorreva assolutamente effettuare un'operazione completamente diversa da quelle dei suoi predecessori; non s'accorse, però, che questa avrebbe dato degli effetti soltanto qualora fosse stata applicata continuamente, come soffiando sotto una piuma per evitare che cada al suolo. La stessa natura dello strumento imponeva giocoforza questa tecnica.

Costantino capì per l'appunto che l'unico modo per tenere a bada il cristianesimo fosse assorbirlo, denaturarlo delle sue componenti originarie ed infine riproporlo come "religione nuova"; da individuo fondamentalmente scaltro qual era, capì che non sarebbe stato facile ottenere questo scopo, dato che occorreva fare i conti con parecchi agenti esterni che, tramite il cristianesimo, cercavano di penetrare nella gestione della Cosa Pubblica, informandola alla risposta verso necessità decentralizzanti e atomizzanti.
Il cristianesimo ancora intriso di propositi galilei era un fattore altamente distruttivo; si trattava per l'appunto dell'incarnazione eversiva di princìpi mai scritti nel modo in cui li si applicava, proprio perché la vicenda del suo presunto fondatore fu piegata sin dalle origini a necessità politiche e deformata secondo esigenze mitografiche, per riproporla sotto la maschera del gradito passato tradizionale. Va da sé che quest'operazione fu effettuata sin dapprincipio da "qualcuno" che, già alle origini, si era avveduto di cosa fosse in realtà il movimento "cristiano"-galileo in madrepatria: Costantino ed epigoni si limitarono semplicemente ad acconciare i vangeli e la "dottrina" alle nuove esigenze tramite un intenso labor limae che si protrasse ininterrotto per venti secoli.

Come vedremo, in pratica i "cristiani" si costruirono un dio accorpativo, che riassumesse tutti quelli del passato in un'unica persona, di modo da fornire un quid onnipotentificante mistificato. I "pagani" non avevano problemi ad ammettere nuovi dèi e persino a deriderli come frutto della loro stessa fantasia: ma i nuovi credenti non potevano fare altrettanto, in primo luogo perché l'icona adorata da loro era stata tratta da qualche personaggio eversivo mitizzato.
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