Con la follia, è possibile per un uomo versarsi in azioni sconsiderate, come fanno i galilei.
.. Epitteto.
Agli inizi, l'interesse nei confronti dei "cristiani" a Roma fu abbastanza scarso: nella sua famosa lettera, Plinio junior ci faceva intendere che nè lui nè Traiano ne sapessero molto, pur avendo dovuto essere a conoscenza dei pasticci neroniani riferiti dal loro amico Tacito. Anche come teoria religiosa la nuova fede appariva assurda e indegna di qualsiasi attenzione — se non per ridicolizzarla —: anche perché non era certo cosa nuova, come diranno Celso e altri.
Nella capitale imperiale, quelli che tuttora sono chiamati "cristiani" erano semplicemente degli immigrati apostata, ebrei o hllenisteV, che avevano abbracciato sètte arcaiche defluenti dalla teologia "riformata" già avversata da Paolo: il "cristianesimo" così come lo intendiamo oggi, perlomeno nei suoi embrioni, agli effetti sembra sia nato ancora assai tardi, ad Antiochia, in Siria, donde provenivano "tutte le superstizioni più nefande".

Questa proto-fede, che non possedeva alcun dogma né istituzione di culto eccetto l'eucaristia e il battesimo sino ad oltre la metà del II secolo, per emergere dovette scontrarsi quasi immediatamente con le altre superstizioni concorrenti, più affermate e radicate, ed alfine con lo stesso potere romano che le proteggeva quali garanzia dello status quo multi-etnico.
La distinzione ideologica tra cristiani e giudaizzanti non era ancora netta, ma su una cosa si concordava senza dubbio: combattere Roma sia dentro che fuori dei suoi confini naturali. Sovente accadeva che gli ebrei "autoctoni" denunziavano gli eretici alle autorità, con l'accusa di alto tradimento e attentato al mos maiorum. In particolare, la corrente dissidente sotterranea più efficiente era proprio quella galilea; nell'Urbe essa si scontrò non solo con i romani così come aveva fatto in Palestina, ma anche con gli ebrei locali, che si erano integrati non certo difficilmente nel tessuto sociale, pur essendo stati anch'essi oggetto di frequenti discriminazioni sin dal tempo di Cesare. Più certamente erano questi gli "ebrei" cacciati da Claudio nel 41 d. C., di cui ci parla Svetonio a proposito di "Chresto", nome che veniva dato proprio ai liberti giudei adoratori di divinità paganizzanti. Fino ad oltre l'epoca di Adriano, si continuava a punire i galilei in Palestina: i martiri dai connotati "cristianoidi" più squisiti li ritroviamo proprio in madrepatria (1).

Il cristianesimo inizia a svilupparsi massicciamente in tutto l'orbe allora conosciuto solamente dopo il III secolo: fino ad allora, la "Chiesa" mancava ancora di una gerarchia capillare, di documenti, di teologia. I vangeli erano pressoché ignoti, le riunioni degeneravano spesso (ammettono Agostino e Geronimo) in vere e proprie orge, la croce era ancora un simbolo senza personaggio. Si trattava, in sostanza, di un culto come tanti altri, ma meno organizzato: anzi, era un culto non solo spoglio, bensì sotterraneo.
Che i cristiani avessero iniziato a riunirsi nelle catacombe perché perseguitati, è un mito elementare: la pratica ebbe inizio sin dalle origini in cui si radicarono a Roma, e senza alcuna pressione da parte del governo, perlomeno fino ad epoca assai tarda. I "cristiani" adottavano questi usi per tre motivi: conformarsi a rituali underground competitivi come quello di Mitra; praticare i loro "misteri" separatamente dal "volgo profano"; sentirsi vicini ai morti. Ma, diversamente dal culto di Mitra, essi predicavano contro lo Stato, a cagione della loro origine eversiva ereditata dai galilei; i mitraisti, invece, erano appartenenti perlopiù a ceti militari, che avevano giurato fedeltà all'imperatore e non gli rifiutavano tributo di culto.

Unendo questi ultimi dettagli ai primi, i romani iniziavano ad avere la certezza matematica che tale superstizione fosse tanto insulsa in sé quanto politicamente motivata così come lo era stata in "madrepatria", e che dietro la maschera d'umanitarismo si celassero delle ideologie eversive o perlomeno nocive per l'unità dell'impero; nonostante ciò, cercavano di non vittimizzarli, onde evitare di fare il loro gioco, e quantomeno di riconvertirli o di dare l'esempio nel farli sacrificare almeno una volta agli "dèi". Per ciò si registrò già fin dai prodromi l'iniziativa sistematica di ridimensionare gli effetti pratici della sua ideologia; dalla critica teorica contro le stratificazioni di culti differenti su un nucleo scritturale, si passò quindi alla denunzia sociale.<%pagebreak()%>Gli apologisti ebbero sin dapprincipio un gran dafare, per giustificare i loro difesi dalle accuse di ateismo, che nell'intendimento dei romani era piuttosto il rifiuto di rendere onore all'imperatore, dio manifestato in Terra, anziché negazione degli dèi.
A dire il vero, i romani avevano già raggiunto da lungo tempo la coscienza del fatto che le religioni fossero soprattutto un utensile di controllo, anziché qualcosa di fondato sul vero; il progresso nel ragionamento filosofico e scientifico, proprio a una cultura fondamentalmente pratica quale fu quella romana, aveva reso evidente che, come diceva quel Seneca santificato dal "padre" Geronimo, la religione fosse palesemente visibile come "cosa indubitabile per il volgo, sciocchezza nociva per il saggio e utile strumento per i potenti".
Già alcuni acuti osservatori degli eventi, come Celso, si accorsero di quanto stesse accadendo: "la resurrezione dei morti, il giudizio divino, la ricompensa del giusto e la punizione per il malvagio" diceva "sono dottrine abusate, e non dite alcunché d'inedito con ciò". Taziano, non per nulla incluso tra gli eretici, scriveva titubante in risposta alle obiezioni dei pagani sull'originalità della vicenda di Gesù: "Comparate le vostre narrazioni con le nostre; osservate i nostri dati, ed accettateci semplicemente in base al fatto che anche noi raccontiamo delle storielle". Il maggior erudito dell'epoca, Porfirio da Tiro, concordava in pieno: "Chiunque sia dotato di comprendonio può constatare immediatamente che i vangeli siano delle favolette, se li legge con la giusta attenzione".

L'evidenza del fatto che i cristiani avessero effettuato delle copiature dai pagani, era assolutamente chiara sin dapprincipio: le aspre necessità concorrenziali avevano spinto i cristiani a plagiare persino le espressioni liturgiche dei culti pagani, ma, non potendolo ammettere con occhi limpidi, Tertulliano, Giustino, Crisostomo ed altri teorici di Dio si affannarono a dimostrare l'incredibile, come era loro uso.
Si spinsero dunque a dire che il diavolo, avendo previsto la nascita del "Signore", aveva previsto anche le sue liturgie e le aveva "suggerite" ai futuri avversari in anteprima, affinché scimiottassero il culto di Cristo; inoltre, avevano anche fatto sì che i poeti pagani conoscessero la storia di Cristo con secoli di anticipo, di modo da poter chiamare Gesù col nome di "figlio di Dio", come facevano con Hermes ed Ercole! Al pari di qualsiasi pretesa sin troppo assurda, neppure questa poteva cadere nel vuoto, specie qualora rivolta a masse incolte che si nutrono più di illusioni che di cibo.

(1) Narra Flavio nella Guerra Giudaica a proposito degli esseno-zeloti: "Furono sottoposti a ogni genere di prove dalla guerra contro i romani, nella quale furono stirati e contorti, bruciati e fratturati, fatti passare sotto ogni strumento di tortura, affinché bestemmiassero il legislatore oppure mangiassero alcunché d'illecito, ma rifiutarono ambo le cose: né adularono mai i loro tormentatori, né piansero. Anzi, sorridendo tra gli spasimi e trattando ironicamente coloro i quali eseguivano le torture, rendevano serenamente lo spirito come persone che stanno per riceverlo nuovamente. Infatti, è ben salda fra loro l'opinione che i corpi sono corruttibili, ed instabile la loro materia, mentre le anime sopravvivono per sempre".
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