Home . Fondamenti . Atei etici, atei nominali e semplici libertini
Gli uomini governati dalla ragione desiderano le stesse cose per se stessi e per tutti gli altri.
.. Spinoza.
Mi ritengo una persona che vive senza influenze religiose, come se la società fosse scevra da influssi religiosi. So che non è così, e difatti sarebbe necessario arrivare ad un tipo di società del genere: per farlo, purtroppo occorre controbattere le religioni con l'ateismo. Dico "con", perchè quest'ultimo non è uno "stile di vita", ma uno "strumento" con finalità temporanea.
Personalmente parlando, rifiuto la definizione "tradizionale" di "ateo" in quanto sovraccaricata di significati derogatori: se proprio dovessi farlo, preferirei definirmi "non-credente" (lo scrivo così appositamente), perchè penso d'avere le idee ben chiare sulle responsabilità della situazione attuale, sul cristianesimo e sugli "dèi", al punto di non aver bisogno di ricordare continuamente a me stesso che Dio non esiste, avendo superato quello stadio larvale in cui, per non dimenticare come stanno le cose, devi continuare a ripeterti certi "mantra", diventando oltremodo un "predicatore dell'ateismo" e un "nemico del mondo". In una società in cui le superstizioni non sono state ancora del tutto demistificate e sradicate, il non-credente è l'equivalente della persona comune di una società che non avrebbe mai conosciuto (o che ha conosciuto ed eliminato) le superstizioni: quindi, il non-credente è definibile come lo stadio finale naturale di chi è stato ateo, dopochè le religioni sono state eliminate, a livello personale o globale che sia, tramite l'azione dell'ateo (che in un sistema in cui la religione è ancora attiva costituisce l'"antagonista naturale" del credente).
Inoltre, mi sento ancora "religioso" nel senso di "rispettoso degli altri e delle regole", finché gli altri rispetteranno me; anzi, in tal senso mi reputo molto più "religioso" di chi crede in divinità che lo costringerebbero ad essere religioso e rispettoso (senza peraltro riuscirci, a giudicare da come vanno le cose al mondo). Questo vale come risposta a chiunque pensasse che il non-credere implichi negazione delle regole di convivenza.
Per quanto concerne il mio "compito" informativo, infine, molti sanno già che il sottoscritto non cerchi di convincere chicchessia: avendo raggiunto le mie certezze, mi sento sereno, vivo bene il mio non-credere e non faccio proselitismo forzato (che è tipico degli spacciatori di falsità), bensì racconto e informo su dati che ritengo oggettivi ed importanti. Sta poi a chi legge, giudicare ed attivarsi di conseguenza. Infatti, essere atei implica connotarsi parzialmente e sottoporsi ad uno stress comunicativo inane, qualora disgiunto da finalità informative.

Non parlerò dunque per mera "par condicio", né perché credo d'essere un "ateo migliore di tutti"; avendo attraversato i principali stadi evolutivi dell'ateismo, ed essendo pervenuto ad una pax cognitiva in merito, credo d'aver conseguito parimenti uno status cognitivo tale da poter passare brevemente in rassegna i casi, di modo da inquadrare, tramite la loro illustrazione, dove e perché certi atei "tradizionali" sbagliano.
Nel corso di decenni, ho potuto valutare la mancanza di preparazione, l'arretratezza, la presunzione, l'aggressività, la grettezza, l'amoralità, la superficialità, l'ordinarietà, l'ignoranza, l'invidia, la malafede, la vuotezza e l'indisciplina che caratterizzano generalmente l'"ateismo di massa". Dall'altro lato, quell'ateismo che vorrebbe definirsi "elitario" rispetto al primo, cade nel vizio opposto: maniacalità per il dettaglio irrilevante, predilezione di leziosismi ed astrattismi, distacco dalla realtà, snobismo, inconsistenza, inconcludenza.
Moltissime di queste persone "non funzionano molto bene": in genere sono dei disadattati che vivono in un mondo a parte, hanno una visione abbastanza "eccentrica" dell'amicizia e della stima, sono fondamentalmente anarchici ed egocentrici, criticano tutto e tutti fuorchè sé stessi.
In sostanza, pare che la generale pochezza che caratterizza questi tempi in cui tutto va al contrario, si stia ripercuotendo anche nell'ambito della critica "atea", con grave danno per il dialogo con i religiosi e soprattutto della credibilità dell'ateismo stesso: riterrei dunque che, onde evitare conseguenze inattese, occorrerebbe sistematizzare il pensiero "ateo" e soprattutto marginalizzare quelle forme d'ateismo che sono tali soltanto nominalmente.

Se il credente è generalmente ridicolo tanto quanto le cose in cui crede, non è da meno quell'ateo che, nell'esprimere un giudizio su di lui, pretendesse di buttare il bambino con tutta l'acqua sporca.
In primo luogo, a mio parere continuare a credere malgrado le evidenze contrarie non creerà alcun problema, finché rimarrà un atto confinato nella sfera individuale: ovvero, finché coloro i quali credono in un dio che li accomuna non sentano il bisogno di creare istituzioni religiose (che si traducono invariabilmente in strumenti di conquista ed ingerenza) per coordinarli e rappresentarli, senza pretendere che chi non crede sia un inferiore. Quindi, un conto è la religiosità, un altro la religione.
Ammetto inoltre che il credente abbia il vantaggio di possedere una coerenza di base nell'agire, unita ad una maggiore serenità nel vivere, grazie al focalizzare il pensiero su un Essere Onnipotente che funge da Limite di rapporto, ed alla sicurezza d'essere parte di un sistema comune ed esteso che riconosce tale "codice". Questa focalizzazione è inizializzata una tantum partendo da un imprinting generazionale sul bambino, che, una volta avviato, si è inabissato a livello incoscio, formattando le azioni con automatismi tali da non rendere più necessario far ricordare ossessivamente i princìpi "formativi" (grazie anche al fatto che questi ultimi sono condivisi in massa). Dall'altro lato, però, questa sincrasia implica la non immediata capacità di constatare la falsità di tale sistema stesso, nonché la mancanza di responsabilità delle proprie azioni; quando si tratta dei diritti altrui, il credente pensa meno del dovuto, come vediamo dall'abbondanza di atti illegali compiuti perlopiù da persone dichiaratesi credenti, e che costituiscono la maggioranza della società. I religiosi dicono che chi commette un crimine abbia automaticamente smesso d'essere credente, in quanto avrebbe agito dimenticando precetti "incrollabili" in quanto divini: paradossi a parte, a mio parere si agisce nel male ogni qual volta si dimentica che la perentorietà dei diktat inviti a trasgredirli...

Da tutto ciò, dall'altra parte della "barricata" accade che la mancanza del Limitante faccia sentire l'ateo "libero" di spaziare nella capacità di pensare, rendendolo però un'isola (talora misantropicamente e libertinamente orientata; v. qui sul problema dell'equivoco della libertà); onde ovviare a ciò, e ritrovare una direttiva d'azione accomunante, questo primitivo tipo d'ateo tende a versarsi nella critica e nell'odio a oltranza nei confronti dei "nemici" (ma anche dei "colleghi" dotati di una prospettiva più completa), diventando così la perfetta controparte del fedele fanatico. In realtà adottano certi comportamenti perchè non hanno una formazione completa, perché hanno timore d'essere definiti "fanatici intolleranti", oppure perchè senza i loro avversari credono di non avere più alcuna ragione d'essere.

Non mi rispecchio in questi tipi d'ateismo, che purtroppo incarnano la maggioranza in Italia e nel mondo; per questo motivo, a differenza di certuni di loro, non ho mai disdegnato di confrontarmi con i credenti, provvisto che non si parta da preconcetti (ovvero da una cognizione integrale di quanto il sottoscritto ha da dire).
Parte 1 . Parte 2 . Parte 3 . Parte 4 . 
Copyight 2008/2009 Biagio Catalano - All rights reserved _ Best viewed on Mozilla Firefox at 1280 x 1024