Il periodo in cui è ambientata la vicenda di Gesù è assai pregno di gravi avvenimenti, guerre civili, distruzione, cambiamenti di gestione dell'impero e altri eventi di portata ponderale. Lo scacchiere levantino, strategicamente importantissimo per tutte le civiltà del passato (per non dire del presente), era stato, molto prima dell'entrata romana con Pompeo, frequente teatro di sollevazioni di vasta portata che riandavano all'epoca successiva alla morte di Alessandro e dei diadochi: con le ribellioni dei Maccabei, fu rispolverata l'antica concezione del messianesimo ebraico nella previsione della liberazione dagli ellenici, che pure tanto benessere avevano portato nei territorii nei quali erano insediate comunità giudaiche, non ultima la Palestina.

C'è da dire in primis che il messianesimo così come lo iontendevano gli ebrei non aveva alcuna implicazione di redenzione dai peccati: era un "culto" a carattere guerriero, nel quale il messia doveva liberare dalla schiavitù straniera. Il messia non era "figlio di Yahvéh" più di quanto non lo era qualsiasi altro osservatore coscienzioso della Torah.
In quest'ottica, il dio ebraico non intendeva salvare altri fuorchè il proprio popolo. Dunque, non sarebbe affatto strano che un'icona del genere sia stata rivestita di connotazioni pacifistiche da parte di quegli stessi romani che in fondo costituivano i nemici contro i quali, in quel periodo, gli ebrei invocavano la venuta di un nuovo liberatore: in effetti, una cultura nemica non avrebbe potuto far altro che snaturare un simbolo avverso, e presentarlo in maniera docile.
Il cristianesimo sussunse l'idea dell'espiazione "spirituale" semplicemente perché il messianesimo originario ebraico contemplava la venuta del messia soltanto come liberatore politico, indipendentemente dal fatto che questo personaggio soffrisse o meno di morte violenta; accorpando la funzione della sofferenza a quella di un messianesimo semplicemente spirituale, fu possibile spostare il fulcro del concetto originario su una prospettica avulsa da implicazioni politicizzate, presentando in tal modo il "messia" come un predicatore della pace, dio incarnato e salvatore non già soltanto di Israele, bensì dell'umanità intera.
Questa concezione ben si mescolava con i temi pagani portati avanti a seguito delle prime predicazioni paoline (se proprio volessimo credere che Gesù apparve a Paolo per sovvertire ulteriormente le decisioni di Yahvéh), in base alle quali l'uomo-re fu rivestito di un'aura divina; gli "dèi salvatori" erano già presenti nella mitologia alessandrina unificata a componenti ideologiche mediorientali ed egizie, essendo già dei concetti portanti persiani, dato che il modello del messia fu già previsto in seno alla teologia zoroastriana nella figura di Thraetaona, figlio e agente (pers. amesha) di Mazdah.
L'ebraismo aveva assorbito il messianesimo da tali basi, ma non vi aveva incorporato le tematiche dell'incarnazione, poiché esse erano troppo simili ai temi analoghi dell'odiata mitologia ellenistica di stampo post-socratico; questi ultimi, invece, attecchirono molto bene fuori dal regno di Giuda, nelle regioni meno integraliste e più multietniche (in special modo ad Antiochia e a Tarso), e con essi fu rielaborato il messianesimo cristiano.
Allo stesso modo, pure la nozione del "soccorso divino" è propria alla mitografia orientale, e si sviluppò perché, nell'impossibilità d'essere simili a Dio, l'uomo si appiglia al processo inverso, immaginando che l'essere onnipotente, infastidito dalle mancanze umane, si incarni in un corpo umano dal grembo di una vergine, e degnandosi di visitare la Terra (che era comunque già "piena di lui", a sentire l'esperto Atanasio). Questo "figlio", anziché provvedere a lavare i peccati con la medesima potenza con cui resuscita i morti, accetta di morire "per fornire l'esempio" che l'uomo deve adattarsi al proprio destino, così come Egli ha accettato il suo: dopo aver fornito un così nobile ma infruttuoso paradigma, questa vittima posticcia riassurge in cielo alla destra del Padre (cioè di se stesso), attendendo che quest'ultimo gli comunichi il giorno e l'ora della fine del mondo, onde discendere nuovamente sulla Terra come un leone per vagliare i buoni dai cattivi.
Non possiamo dire che Gesù ci avesse azzeccato, nel prevedere che la venuta del Regno di Dio sarebbe accaduta poco dopo la propria dipartita dal "mondo materiale": dato che i seguaci si accorsero del problema, Paolo affermò che Dio ci avesse ripensato, ed annunziò nuovamente la fine di lì a poco; poi la annunziarono i Padri della Chiesa; si passò all'epoca di Carlo Magno, di Bonaventura ed altri mistici esagitati, e si superò il fatidico Anno Mille, ma di prodigi e parusia neppure l'ombra, tranne qualche pestilenza. Ogni volta si pensava ad un errore di calcolo umano o a qualche tacito "indulto" divino; in ogni caso, se ne riparla continuamente quasi attendendola con avidità, o magari tentando d'incentivarla dato che parrebbe inevitabile (poiché la prevedono le "Scritture").<%pagebreak()%>Dopo l'intermezzo maccabitico e l'invasione da parte dei romani, la recrudescenza dell'attesa messianica si registrata nuovamente al tempo di Erode il Grande; la guerra tra quest'ultimo e Antigono, dicendente dei Maccabei, aveva visto in campo due fazioni supportate l'una dai romani, l'altra pàrti, visti dai giudei come nuovi messia. Era una concezione molto antica: gli ebrei avevano sempre atteso dei "liberatori" stranieri, l'ultimo dei quali fu Ciro il Grande, che in pratica avallò il mixing dell'ebraismo con fonti persiane appunto a carattere escatologico quali quelle delle concezioni zoroastriane. Ogni qual volta Israele si trovava sotto dominazione straniera, gli ebrei invocavano Yahvéh affinché inviasse un salvatore straniero o lo facesse nascere dalla sua stessa gente; dopo l'epoca maccabitica, questa attesa divenne sempre più fervida in prospettiva sia dell'indipendenza che dell'attestazione finale del Regno della Grande Israele unificata, o Regno Messianico. Questo era uno dei timori principali dei romani.

Aprendo una parentesi, c'è da dire che il messianesimo ebraico non fu mai qualcosa di spirituale come vorrebbe la chiesa cattolica, nel senso che la mistica del messianesimo era sì derivata da basi religiose, ma queste stesse erano piegate alla liberazione politica di Israele da ogni servitù straniera. Quello regale era il principale tipo di messia israelitico; gli altri tre (savio, sacerdote e profeta "simile a Mosé") erano subordinati ad esso.

Con Erode, i romani ritrovarono per lungo tempo una situazione d'equilibrio nei confronti delle pressioni partiche. A dispetto di quanto riferito da Matteo (e da lui soltanto tra i quattro), Erode fu un vero re: in ogni caso, non fu da meno di tanti suoi antesignani biblici più o meno storici, se diamo un'attenta occhiata alla Bibbia e alla stessa storia dei cristiani duci (1). Lo avversavano principalmente soltanto le oligarchie integraliste, mentre il popolo gli fu sempre grato, al punto da rivendicargli la costruzione di numerose opere pubbliche e vantaggi economici. Flavio stesso, fariseo, ce lo mostra in una luce più equilibrata e sicuramente storica rispetto alle pretese evangeliche; senza alcun rossore, l'Enciclopedia Cattolica ci dice che Flavio non parlò della "strage degli innocenti" perchè le piccole vittime erano "troppo poche", ma in realtà i romani non avrebbero mai permesso un'azione del genere, né in segreto né tantomeno pubblicamente. È più probabile che Matteo, così teso a parlare di un Gesù presentato come re-messia leggitimo, avesse travisato qualche episodio storico di Erode che presentava caratteristiche simili a quello evangelico.
Si è tentato d'obiettare che il fatto sia storico perché ne avrebbe parlato Macrobio: in verità, nessuno potrebbe assicurare che pure questo passo sia stato "corretto" secondo la prassi dei "correttori" cristiani, dato che l'autore dei Saturnali si riferisce ad un contesto di facezie attribuite ad Augusto, che tra quegli "innocenti" menzionava i figli di Erode, giustiziati ben grandicelli dal padre insieme ad altri trecento congiurati proprio nel fatidico anno in cui, secondo calcoli ben più accurati di quelli di Dionigi il Piccolo, dovette essere nato il misterioso "dio incarnato"; il caos vuole anche che, sempre nel medesimo periodo, Erode avesse mandato a morte anche dei farisei, "innocenti" tanto quanto Matteo il gabelliere, unico tra gli "evangelisti" a riportare tale infamia nell'infamia.
Invero, sovente si odono le "spiegazioni" più disparate per giustificare il silenzio dei veri storici su un evento del genere, ma in verità quello dell'infante prodigioso perseguitato dal re timoroso è una consunta maschera mitografica, da Horus a Perseo, a Romolo e Remo a Krishna, Gesar di Ling e Ferdun; vedremo in altra sede a proposito delle trasposizioni mitografiche.

Chiusa la parentesi, quando la fazione erodiana vinse, i giudei si videro sottoposti non solo al governo di un arabo, ma addirittura supportato da stranieri, pronti a sopraggiungere da dietro le quinte. Il regno di Erode costituiva una spina nel fianco per gli integralisti perché, oltre ad essere stato avversario degli asmonei, il "tiranno" era filo-ellenista e di stirpe edomita, ossia appartenente ai tradizionali avversarii degli ebrei: nella propaganda ebraica avversa agli stranieri, Edom fu sempre sinonimo di nemici per eccellenza, e al tempo in cui gli invasori divennero i romani, i figli di Esaù e quelli di Romolo furono addirittura accorpati in un tutt'uno nella prospettiva di una guerra messianica con toni escatologici, frequentemente ventilata nel Targum.
Proprio nel periodo erodiano corrispondente grosso modo al tempo della "natività", la provincia fu scossa da una serie di rivolte anti-romane, la più importante delle quali (riferita indirettamente persino negli Atti) fu quella di Giuda il Galileo, che a detta di Flavio fu colui il quale aveva creato la setta degli zeloti, dei partigiani che avevano le loro basi nelle regioni settentrionali, come la Galilea, sottoposta al tetrarcato degli Erodiani fuori del diretto controllo dei romani. Questo capopopolo era avversario dei romani e degli Erodiani; la rivolta del censimento, da lui fomentata insieme al fariseo Zadok nel 7 a. c., finì con tremila rivoltosi crocefissi per mano di Quintilio Varo, sicché per un po' di tempo le sommosse si calmarono, ma i propositi non si estinsero di certo. La lotta fu continuata dai figli di Giuda e da loro parenti, tutti regolarmente dichiaratisi "messia": tre di loro furono giustiziati in circostanze e tempi assai vicini a quelli degli "apostoli", noti con identico nome nei vangeli.

Il Gesù evangelico compie prevalentemente la sua predicazione proprio in Galilea, la patria degli zeloti, che pullulava di rifugiati e banditi che organizzavano frequenti spedizioni verso la Giudea, talché essere galileo come origine geografica divenne sinonimo di ribelle o cospiratore. Nei secoli del proto-cristianesimo, i cristiani si chiamarono con orgoglio galilei senza neanche sapere quale fosse il significato originale di tale aggettivo e di tanti altri dissimulati e distorti nei vangeli.<%pagebreak()%>Gli eventi storici che si dipanano dalla morte di Erode il Grande alla presunta crocefissione sono indubbiamente di risonanza assai grave, a dispetto della pressoché assoluta minimizzazione o assenza nella storia romanzata dei vangeli; i fatti accaduti dal 35 al 60 circoscrivono vieppiù il territorio d'indagine già delineato in precedenza, sfociando poi in una serie di strascichi complementari abbastanza sintomatici da Nerone ad Adriano. Quel che è chiaro è che non fu solo la Giudea ad essere coinvolta: anzi, perlopiù essa era in stretta collaborazione coi romani tramite il Sinedrio, e partecipava massimamente in maniera passiva alle incursioni provenienti dall'area samaritano-galilea.

I giudei non dovettero guardarsi soltanto da problemi allogeni, bensì anche all'interno, poiché sussistevano forti particolarismi con altre nazioni pur appartenenti all'originario popolo di Israele: in particolare, galilei a parte, forte era il divario coi samaritani. Questi ultimi avevano occupato il secondo regno formatosi accanto a quello di Giuda dopo la restituzione assira; erano spesso accusati dai primi d'aver contaminato la Legge originaria con componenti pagane, ma ricambiavano oltremodo il complimento ai giudei. Ancora intorno agli anni in cui si pone la crocefissione, la divisione secolare fra l'aperta Samaria ed il retrivo regno di Giuda sfociava frequentemente in aperto contrasto, non esclusa la delazione e la provocazione reciproca agli occhi dei romani.
Sul Gerizim, ove i samaritani credevano che Mosè avesse sepolto i vasi del templio, fioriva un culto di Yahvéh rivale di quello giudaico, fondato al tempo dei Maccabei, che rifiutava qualsiasi altra legge eccetto la Torah ed attendeva il ritorno di Mosé redivivo come messia del novo giorno, da loro chiamato taheb, che condivideva affinità col messia giudaico ma apparteneva a una discendenza teologica comprimaria; il templio, costruito all'epoca di Alessandro Magno, aveva già subìto una distruzione ad opera dell'asmoneo Giovanni Ircano, la qual cosa non faceva rifulgere neppure gli asmonei nell'opinione dei samaritani. Nel 35 Samaria presenterà finalmente il suo salvatore, che condurrà una breve e inevitabilmente sfortunata lotta contro gli invasori, finché, l'anno successivo, Pilato annegherà nel sangue un corteo religioso di samaritani a Tirathana, appunto presso il Gerizim; gli offesi fecero appello a Vitellio, "poiché, dicevano, non erano in quel luogo per mettere in atto un tentativo di ribellione, bensì per sfuggire alle persecuzioni di Pilato" scrive Flavio; per questo motivo, dopo aver rimosso Caifa dai suoi officii, il mèsso spedì il prefetto a discolparsi presso Tiberio, e solo la morte tempestiva dell'imperatore evitò ulteriori ambasce alla Belva di Cesarea.
Oltre a questi fatti, Ventidio Cumano, procuratore di Giudea, nel 50 d. c. stermina nella capitale oltre ventimila rivoltosi e zeloti sobillati da Lazzaro (Eleazar), ex capitano delle guardie del Templio, a vendicare l'uccisione di un altro ignoto agitatore galileo a Samaria; poi Felice annienta i seguaci dell'Egiziano, che preparava una sommossa sul Monte degli Ulivi. Ancora sedici anni dopo, è la volta di altri due discendenti di Giuda il Galileo: per primo Menahem si ribella andando incontro al fato, mentre i suoi accoliti superstiti guidati dal cugino Eleazar si arroccano a Masada (che al tempo di Antigono era già stata rifugio del fratello di Erode, Giuseppe), dove si danno la morte.

Passato qualche decennio dopo le spedizioni di Nerone e l'entrata di Tito, la rivolta galilea divampa ancora, intermezzata da sommosse in varie parti dell'impero, da Cirene a Cipro, e dalle guerre partiche: l'ultimo discendente di Giuda, Simone Bar Kochab, vorrebbe riaccendere le speranze dei rivoltosi, ma dopo tre anni di guerra è costretto a capitolare ai piedi di Adriano. La distruzione fu eccezionale, ma l'imperatore si diede immediatamente da fare ricostruendo Gerusalemme: l'opera fu affidata al rabbino Aquila, suo parente, che sarà anche l'autore di una nuova traduzione della Bibbia, destinata a soppiantare la Settanta. Dopo allora, si succederanno diversi pretendenti messianici addirittura fino al VI secolo inoltrato, ma tutti senza successo.

Fermiamoci per il momento qui. Come avremo modo di vedere, l'analisi incrociata tra la documentazione evangelica e in special modo Flavio ci suggerisce che quest'ultima sia il frutto di una serie di operazioni di patchwork compiute in epoca assai tarda, e andatesi via via raffinando nel corso dei secoli, perdendo obbligatoriamente il loro originario contenuto; la modalità di tali operazioni, messa in relazione col contenuto storico (ossia flaviano, specialmente con Luca), ci suggerisce oltremodo il motivo per cui fu necessario effettuarle, e genericamente da parte di chi. Nella prossima pagina vedremo dunque le fonti indirette dalle quali furono tratti i personaggi evangelici, ed il loro vero significato.

(1) Nel 375 il cristianissimo imperatore Valente aveva ordinato di sterminare migliaia di sfortunati sulla base di una profezia fatta da un astrologo, per cui sarebbe stato deposto da uno sconosciuto il cui nome iniziava con una certa sillaba; cosa che poi avvenne comunque, nonostante le "precauzioni". Prima dei presunti misfatti di Erode, proprio a Roma il pretore Nigidio Figulo, influente astrologo del tempo, nel 63 aveva profetizzato la nascita di un futuro despota universale, che poi sarebbe stato lo stesso Augusto: a conseguenza di ciò, narra Svetonio, il Senato decretò che nessuno procreasse in quell'anno (Divo Augusto 94). Dato il "conflitto d'interessi", i senatori che attendevano già un erede riuscirono a far revocare il provvedimento.
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