Come abbiamo più volte specificato sommariamente, nessuno ha mai scritto una sola riga sulle vicende narrate nei vangeli, né ha mai citato l'idolo cristiano per nome. I tre grandi storici romani menzionati usualmente dagli apologeti appartengono tutti al II secolo; peraltro, questi e tutti gli altri scrittori pagani non parlarono mai di Gesù, ma di cristiani, chiamando il loro leader semplicemente "cristo". Quanto ad altre testimonianze non-ebraiche come Galeno, Luciano, Numenio, Frontone, Mara, Tallo e Flegonte, vissuti tutti tra la fine del primo e la metà del secondo secolo (ossia in pieno rigoglio d'attività apologetica proto-cristiana), tolti i primi due si tratta di personaggi oscuri, dalla biografia quasi inesistente al pari delle loro opere, facilmente plagiabili, talché possono essere dimessi in poche parole.

Procedendo per ordine, Galeno fu uno tra i più manomessi ed abusati scrittori del suo tempo: scriveva nel 190 per sentito dire, con accenti palesemente denigratorii (1), parlando di vaghi "cristo", "cristiani" e "Mosé", già noto all'ambiente greco-romano senza tirare in ballo un tal Gesù di Nazareth. Dal canto suo, emendato o meno, il grande Luciano di Samosata fu essenzialmente un brillante satirista, che concepiva lo scherno quale antidoto salvifico alla scorrettezza sia etica che storiografica: suo è un trattato (Come si scrive la storia) nel quale polemizzava con gli storiografi clienti. Parlò anch'egli di una sorta di cristo nel Peregrino, del 169, in base a quel che dicevano i cristiani (2), che egli reputava dei creduloni avvezzi a pratiche ignobili ed autoavvilenti, accoliti dell'ennesimo ciarlatano di quel tempo.

Quanto ai rimanenti, l'eloquente avvocato pagàno africano Frontone, maestro di Marc'Aurelio, è andato perduto; lo cita solo il proto-apologeta Minucio Felice, compatriota di Tertulliano, e nessun altro. Il siriano Numenio d'Apamea (II secolo) è un sincretista pitagorico avvezzo all'astrologia, ovvero uno scrittore di scarsa importanza di cui ci restano solo dei frammenti, quasi tutti collazionati nel 1800, e che furono citati esclusivamente da Origene; infine, semmai vissuto, chiunque sia stato l'oscuro carcerato Mara bar-Serapion, compatriota del precedente, nell'epistola indirizzata a suo figlio parla di giudei che avevano ucciso un anonimo "re saggio", che egli mise in correlazione con nomi a lui evidentemente più noti come Socrate e Pitagora, sul quale ultimo peraltro è abbastanza disinformato, dato che non fu "bruciato" dai suoi concittadini a Samo, come dice lui, ma morì a Metaponto.

Dal momento che le testimonianze nominali sono assai labili, si passa a citare quelle indirette, ossia "testimoni" riferentesi ad eventi relativi al periodo in questione: l'esito è oltremodo sfortunato.

Per quel che concerne il primo degli ultimi due scrittori, Tallo, portato nostalgicamente avanti oramai quasi esclusivamente dal Bruce, si tratta di un presunto storico samaritano liberto di Tiberio che scrisse a Roma nel d50, ma la cui monumentale e ambiziosa opera, la Storia del Mondo, stranamente non ci è pervenuta; ne furono citati alcuni frammenti dal già menzionato Africano in quel che ci resta della sua Cronografia, a sua volta riferita da Eusebio. Appunto Sesto Giulio Africano, il cosiddetto padre della cronistoria cristiana, non è affatto uno storico nel senso proprio della parola, e ben poco sappiamo di lui pur da parte di chi lo elogia: presunto ex pagàno, d'origine libica (secondo il Suida) e amico di Origene, tradusse in greco nientemeno che l'Apologetico tertullianeo e ricostruì Emmaus per ordine di Marc'Aurelio, almeno stando a Eusebio, che ce ne parla nel suo Chronicon. A parte ciò, quel che ci dice in merito Africano o chi per lui, non convalida affatto le pretese dell'esegesi: tutt'altro. Fozio lo giudicherà laconicamente "conciso, ma incapace di riferirci fatti nuovi"; l'Enciclopedia Cattolica lo tratta in margini, Gelzer poco manca che lo demolisce del tutto.

Tornando a Tallo, questi era noto a quasi tutti i pesi massimi della patristica, da Eusebio, che cita solo Africano come se fossero parole sue, a Teofilo, che menziona a sua volta quel che ne estrapola Lattanzio. Infine, lo conoscevano Tertulliano, Minucio Felice, Agapio, Giustino, oltre a Giorgio Sincello: ovverosia, fonti interconnesse. Dunque, Tallo avrebbe parlato di una "eclissi" avvenuta al tempo della morte di Gesù; a parte il fatto che nessuna eclissi accadde in quel periodo, in fondo lo stesso Africano disse che non poteva trattarsi di un evento del genere, e non è Tallo, bensì il precedente (per bocca di chi cita il frammento diciottesimo della sua opera perduta) a dire che egli si riferisse all'evento del Golgotha:

"Questo fatto (l'oscurità) è seguìto alle sue gesta, alla cura di corpo e anima, alla conoscenza di cose nascoste ed alla sua resurrezione dai morti, provati sufficientemente ai discepoli ed apostoli davanti a noi: dopo che la più terribile oscurità cadde sul mondo intero, le rocce vennero spaccate da un terremoto, e la Giudea e il resto del territorio furono squarciati. Nel terzo libro delle sue Storie, Tallo dice che fosse un'eclissi, la qual cosa mi pare irragionevole: come possiamo credere che se ne verifichi una, quando la Luna è diametralmente opposta al Sole?"

riporta Africano. Allo stesso modo, Origene, poi seguìto da Giovanni Filopono ne De Opificio Mundi, nel Contra Celsum parla ancora dell'eclissi, mettendola in relazione a Gesù; più avanti fa dietrofront e la definisce l'ennesima invenzione dei pagani per screditare i cristiani.
Ancora lui cita il secondo "testimone", Flegonte da Tralle, un presunto liberto di Adriano, e così scrive:

"Nelle sue Cronache, Flegonte, nel XIII o XIV libro, se ben ricordo, non solo attribuì a Gesù la conoscenza degli eventi futuri, ma parla anche dell'eclissi di Sole avvenuta al tempo di Tiberio".

Possiamo garantire che Origene ricorda sicuramente male, poiché Africano attribuisce il passo di Flegonte alle sue Olimpiadi, andate perdute al pari delle Cronache, di cui ci restano frammenti guarda caso in Sincello e in Fozio, il quale ultimo però non cita alcuna eclissi: inoltre, entrambi scrivono novecento anni dopo Tiberio, il che implica in primo luogo una tardività abbastanza preoccupante, ed infine che "qualcosa" dei due testimoni si trasmise inalterata fino al loro tempo. È strano che non ci siano pervenuti documenti del genere, verosimilmente d'importanza capitale, e che nemmeno nel caso di Flegonte sappiamo nulla, biograficamente parlando; ci restano invece degli scritti tutt'altro che confortanti circa le sue doti cronachistiche, come il Sulle meraviglie, giuntoci integro di modo che ci si possa rendere conto della sua valenza.
A tal proposito, Africano — o chiunque sia stato — continua in questo modo, interponendo Flegonte a Tallo con un passo direi beffardo:

"Ma lasciamo che sia così. Lasciamo che l'idea che ciò sia avvenuto s'impadronisca della moltitudine e la trasporti, e che il prodigio cosmico sia annoverato come una eclissi di Sole, in base all'apparenza. Flegonte riferisce che al tempo di Tiberio, durante la Luna piena, avvenne un'eclissi di Sole, dalla sesta alla nona ora; questa è certamente la nostra eclissi! Che cos'hanno in comune un terremoto, un'eclissi, rocce spaccate, morti risorti, ed un così immane movimento cosmico? Per quanto noto, sinora nessuna congiunzione così immensa è accorsa; ma fu dio ad inviare l'oscurità, poiché il signore [Gesù] soffriva!"

Sicuramente pure Africano s'è lasciato trasportare più del dovuto: al tempo di Tiberio avvennero delle eclissi lunari, come quella della vicenda di Druso, non solari, e neanche queste nel mese e nell'anno in causa. A parte ciò, è pacifico che se Flegonte visse quasi cento anni dopo Tallo, non poté essere stato anch'egli testimone oculare del mirabile evento, come vorrebbe Africano; a meno che non fosse uno degli ultracentenari di cui egli si diletta a parlare nel suo Sulle persone che vissero a lungo, giuntoci anche questo — purtroppo per lui — quasi del tutto integro.

A parte tutte queste incongruenze, il vero problema è che il primo ad aver messo in rapporto l'evento con l'idolo cristiano, fu il solito Eusebio di Cesarea, che parlò di un'eclissi accaduta in Bitinia, sul Mar Nero, durante la 202a olimpiade, vale a dire nel 32, stando alla cronologia di Eusebio. Però, secondo la corretta cronologia olimpiadica, l'evento di cui avrebbe parlato Flegonte avvenne per l'esattezza il 24 novembre del 29, non nell'aprile di due anni dopo. E accadde precisamente a Nicea, ossia proprio in Bitinia, ad oltre mille kilometri dalla Palestina: altri dettagli per cui, distanza a parte, quantunque totale l'eclissi non avrebbe potuto essere visibile alle latitudini di Gerusalemme fuorché per intervento divino (3).<%pagebreak()%>Nella realtà dei fatti, i membri della gang degli hackers di dio non fecero altro che interpolare, estrapolare, copiarsi a vicenda su documenti oscuri presi ad hoc: lo fecero pure male, talché, nella generale complicità, arrivavano usualmente a contraddirsi e persino ad accusarsi reciprocamente sul misterioso evento, contraddittorio al punto che gli stessi apocrifi si smentiscono a vicenda (4). Il motivo di tale machiavello è palese, e risiede nella ricapitolazione di eventi miracolosi impossibili a verificarsi in natura: la pasqua cade in Luna piena, ossia quando si trova in una posizione tale che non possa verificarsi alcuna eclissi, tant'è vero che Flegonte non parlò affatto della Luna piena, come ammette pure Origene nel suo commentario a Matteo. I calcoli astronomici hanno già accertato da oltre trent'anni che fra tutte le 286 verificatesi dal beninteso anno zero alle porte del II secolo, nessuna, né parziale né totale, cadde su Gerusalemme dalle 12 alle 15 del 13 aprile 30-31 (5): eppure, se dovessimo pretendere che sia lo stesso incredulo Africano a parlare, quella dei vangeli oscurò addirittura tutto il mondo per ben tre ore, laddove un'eclissi totale non dura più di sette minuti.

In realtà, quella della totale oscurità contemporanea alla morte del re, dio, salvatore, era una delle tematiche mitiche preferite dagli antichi scrittori pagani (Erodoto, Plutarco, Virgilio, Emilio Paolo, Dione Cassio, Plinio il Vecchio, Aristotele, Tibullo, Ovidio, Lucano), ma nessun cronista dell'epoca menzionò il fantomatico evento dei vangeli. Nessuna parola su un fatto del genere neppure da parte di Giulio Ossequente, il massimo archivista di fatti anomali proprio del tempo di Tiberio, che nel suo De Prodigiis riportò una mole sterminata e meticolosa di stranezze da ogni dove; tacciono pure Tolomeo, Seneca, Flavio, Plinio, Plutarco, così come non parlano ad esempio della "stella dei magi": anzi, gli ultimi tre riferiscono le eclissi rispettivamente del 13 marzo p4 (quella in occasione della morte di Erode il Grande), 30 aprile 59 e 20 marzo 71, ma sono silenti quanto ad altro.

È ovvio che, non potendo aggirare i fatti della meccanica astronomica, alla fine i fedeli siano costretti a parlare di eventi sovrannaturali che, come tutti i miracoli, accaddero in contravvenzione alle materialissime leggi del cosmo: non occorre sottolineare che nel caso in cui qualsivoglia culto fosse basato su evidenze genuine, chi scrive i testi sacri non avrebbe alcuna necessità di prodursi in simili stratagemmi, poiché la stessa genuinità e verità su cui sarebbe basato il culto medesimo provvederebbero automaticamente non tanto a convincere gli scettici, quanto piuttosto ad evitare che possa insorgere incredulità di là del fatto che un vero dio, onnipotente, onnisciente, onnipresente, avrebbe già creato l'uomo incapace di dubitare (ma questo non possiamo dirlo: possiamo però asseverare che è vero il contrario). Concordiamo che queste siano le solite requisitorie bizantine.

Gli esegeti più accorti, notando l'impossibilità di certe pretese, parlano invece di "allegorie" che devono essere "interpretate": ma l'allegoria è tutt'al più un miracolo dialettico, non reale. Si tratta in sostanza di classici espedienti retorici, già noti alla mitografia greca ed ebraica dei fiabeschi tempi d'oro in cui Zeus, Hermes ed Apollo visitavano sotto mentite spoglie Filemone e Bauci o Yahvéh, Gabriel e Raphael rendevano omaggio ad Abramo e Sarah fra i terebinti di Mamre.

(1) "Uno può più facilmente insegnare novità ai seguaci di Mosé e cristo piuttosto che ai medici ed ai filosofi che restano fedeli alle loro scuole [...] affinché sin dapprincipio uno non senta parlare, come avviene per i discepoli di Mosé o cristo, di leggi che non hanno alcuna dimostrazione" scrive Galeno nel De differentia pulsuum.
Dall'Historia Anteislamica di Abulfida ci è pervenuto quest'altro passo, in origine contenuto nel Sulle sentenze del Politico di Platone: "I più tra gli uomini non sono in grado di comprendere con la mente un discorso dimostrativo consequenziale, per cui hanno bisogno di miti per essere educati: così vediamo ai giorni nostri quegli uomini chiamati cristiani, trarre la propria fede dai miti. Essi, tuttavia, compiono le medesime azioni dei veri filosofi. Infatti, che disprezzino la morte e che, spinti da una sorta di ritegno, aborriscano i piaceri carnali, lo abbiamo tutti innanzi agli occhi. Vi sono infatti tra loro sia uomini che donne i quali per tutta la vita si sono astenuti dai rapporti; e vi sono anche coloro che sono a tal punto progrediti nel dominare e dirigere gli animi, e nella più tenace ricerca della virtù, da non cedere in nulla ai veri filosofi".
(2) "Questi sventurati si sono convinti che diverranno immortali [...] e per questo disprezzano la morte [...] Il loro primo legislatore li ha persuasi che siano tutti fratelli dopoché hanno trasgredito una volta per tutte rinunziando agli dèi greci, adorando quel sofista crocefisso e vivendo sotto la sua legge. Pertanto, essi disprezzano tutto indistintamente, e credono, senza alcuno spirito critico né evidenza, in siffatte dottrine. Se qualche ciarlatano si mescola a loro, è sicuro di far fortuna in mezzo a questi sempliciotti".
(3) Fra parentesi, un errore del genere è estremamente strano, dato che Africano usa frequentemente le olimpiadi come marker etometrico. Socrate Scolastico coprì Eusebio di contumelie per aver falsificato la cronologia egizia al fin di compiacere Costantino, e con gli stessi accenti lo fece Sincello, a sua volta falsificatore d'altre cronologie.
(4) Le edizioni romana e greca di Nicodemo fanno dire ai sacerdoti del Sinedrio che l'eclissi di Sole "avvenne secondo uso" (!): la versione copta dice che essi rimasero in silenzio dinnanzi allo stupore di Pilato.
(5) Inutile dire che non siano le date dei vangeli: a meno che Gesù non venne crocefisso in autunno. Quella che più si avvicina alla data fra le cinquantasei totali verificatesi in questo lasso, a parte quella del 24 novembre 29, avvenne il 19 marzo del 33.
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