Apri la bocca e chiudi gli occhi, e vedi cosa ti manda Zeus dal cielo!
.. Aristofane.
Non saprei in che modo giudicare una società per azioni che promette i dividendi ai suoi azionisti dopo la loro morte: evidentemente, l'acquisto a scatola chiusa riscuote ancora un certo fascino.
I cristiani hanno tentato di giustificare sin da subito le aporie insite nel credere nell'Aldilà; con Pascal, ad esempio, si è stabilito che a credere nel premio ultraterreno non si avrebbe nulla da perdere, aiutarebbe a sopportare meglio l'esistenza terrena e contribuirebbe a conformare ed omologare un atteggiamento spirituale e speranzoso.
Credere in una "vita" oltre la morte, ovvio trapasso alla riscossione del premio per chi osserva le divinae leges o alla punizione per chi le trasgredisce, è consuetudine abbastanza diffusa e spiegabile. Qualsiasi superstizione a carattere demagogico poggia sull'assioma di un paradiso o di un inferno, "logica" conseguenza della necessità d'evadere dal materiale, da ciò che conosciamo e dall'eventualità opprimente di una vita che finisce nel Nulla della Morte: Dio e il Diavolo dovranno pur risiedere in un qualche luogo, ove depositare le eteree essenze dei defunti sia prima che dopo il Giudizio Finale! Ma come si è giunti a tutto ciò?

Il concetto di "anima" costituisce una derivata inconscia — o per meglio dire, onirica — del rapporto fra interiorità ed esteriorità, essenzialmente frutto di un errore dimensionale la cui occorrenza può essere integrata all'interno del discorso già intrapreso a proposito del concetto di "immateriale".
Immaginare l'anima alla stregua di un corpo diafano fu originato da una nozione tarda posta all'origine dell'idea della cosiddetta immaterialità, intesa come una sostanza "diversa dalla materia", immagine che provenne essenzialmente dalle concezioni che intendevano l'anima alla stregua di un'ombra che conservava i tratti del defunto (forse l'ob ebraico); l'impossibilità d'accertare questa "anima" in normali condizioni d'osservazione, fu la causa della creazione di modelli come quello dell'aldilà sovrasensibile o di "realtà parallele", dovuti alla necessità d'immaginare i cari ancora vivi pur se esistenti in un mondo migliore, dove raggiungerli in seguito.

Ad ogni buon conto, oggi parliamo di un vago aldilà metafisico perché l'evoluzione immaginativa dell'uomo moderno è insoddisfatta da concetti riferibili a dimensioni realistiche, laddove in passato l'oltretomba in genere costituiva piuttosto una metafora del cielo: in tal modo, se il luogo è "immateriale", lo è anche l'anima che vi abita, e viceversa. Queste nozioni rifiltrarono nel Medioriente post-ellenistico a seguito di commistioni ideologiche già abbondantemente riciclate da Platone; le ideologie puramente astratte che collegavano modelli gnostici, astrali, con la filosofia più prettamente pneumatica cui si accodavano i cristiani, cercavano di mediarsi in qualsiasi campo della speculazione interpretativa, generando una casistica imbarazzante. Ecco ad esempio, dalle parole del cardinale Biffi, in che modo si imposterebbe la questione dell'Aldilà ad opinione della Chiesa:

"Se non ci fosse l'Inferno, l'uomo non deciderebbe seriamente del suo destino. Che Dio possa creare delle persone libere al suo cospetto, questa è la croce che la filosofia non riesce a portare, ma alla quale è stata confitta. Cioè, noi abbiamo bisogno, per salvare la libertà dell'uomo, che ci siano due esiti, altrimenti la libertà viene vanificata. Tutto questo come si comporrà? Con questo, con quest'altro? Io sono molto curioso di saperlo (RAI 2, Passioni, 5 agosto 1998).
<%pagebreak()%>I cristiani non ereditarono le nozioni sull'Aldilà duale dagli ebrei, per i quali, così come accadeva con l'Ade dei greci pre-omerici, dopo la morte Yahvéh accordava solamente la distesa desolata dello Sceol, versione ebraicizzata dell'omonimo regno degli inferi cananeo, a sua volta ricopiato sull'Arallu sumero-babilonese, su cui l'influenza del dio ebraico non prevaleva. Quello dell'inferno così come oggi lo abbiamo, è l'unico concetto che gli israeliti non assorbirono mai dallo zoroastrismo, né possedettero l'idea del premio ultraterreno quantomeno fino al tempo di Gesù: il rabbino Giosué ben Anania scherzava su questo concetto, quando diceva all'imperatore Adriano che, nel giorno del giudizio, il corpo ridiverrà carne a partire dall'osso sacro!

Prima del cristianesimo, il concetto di premio o punizione fu presente in seno al mazdeismo e parzialmente in Grecia, ove con Platone abbiamo le prime allusioni indirette alla concezione della trasmigrazione dell'anima in cielo che ritroveremo nel cristianesimo. Concetti come la resurrezione della carne, della divisione dell'oltretomba fra paradiso e inferno nonché del dualismo che sta alla sua base, sono stati mutuati principalmente dallo zoroastrismo: la stessa parola paradiso deriva dal persiano paradeiza tramite il greco paradeisoV, mentre Eden proviene dal sumero E.di.nu, che designava un luogo terreno.
In minor misura dei persiani, gli egizi credevano in un aldilà duale, nel senso che il premio (costituito dal paradiso di Osiride) spettava ai probi, mentre Ammit, emanazione del dio-coccodrillo Sobek, una forma parallela di Set, avrebbe divorato le anime pesanti; in sostanza, questa era la cosiddetta morte seconda dei cristiani, già caldeggiata verbatim nel famoso capitolo 125 del Libro dei Morti. I romani possedevano un sistema più tortuoso, intriso di spiriti familiari, larii, penates, larvae, un misto fra le tenebrose eredità etrusche e quelle greche più spensierate degli eterei paradisi sullo stile dei Campi Elisi, peculiari delle culture di ceppo indeuropeo.
Le popolazioni del Mediterraneo che conobbero prima la colonizzazione dei greci fin dopo la morte del Macedone, passando poi ai romani, e che avevano posseduto dei culti misterici agrarii, riconoscevano, accettavano e difendevano amenità del genere come verità indiscutibili: il crogiolo multiculturale alessandrino avrà già riciclato tutte queste nozioni, che confluiranno poi nel cristianesimo cosmopolita maghrebino susseguentemente alla distruzione dei culti pagani durante le persecuzioni post-nicene, fino a giungere al giorno d'oggi, come possiamo osservare dagli insegnamenti ecclesiastici attuali.
Il catechismo approvato da Giovanni Paolo II declama, quasi in diretta dal Paradiso:

"Nella gloria del cielo, i beati continuano a compiere con gioia la volontà di dio in rapporto agli altri uomini ed all'intera creazione. Regnano già con cristo, e con lui regneranno nei secoli dei secoli".

Per supportare la nuova dottrina, Wojtyla chiamava in aiuto il dotto predecessore Benedetto XII:

"Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di dio [...] [il cielo è il luogo in cui] coloro i quali muoiono nella grazia e nell'amicizia di dio, e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con cristo. Sono per sempre simili a dio, perché lo vedono così come egli è, faccia a faccia".

In aggiunta a ciò, il pontefice asseriva che gli eletti o gli "imperfettamente purificati" saranno mondati nel purgatorio col fuoco purificatore, "che brucia ma non ustiona": così certificava dai suoi Dialoghi il suo grande predecessore, Gregorio Magno, promotore della pia ignoranza e della distruzione di parecchie testimonianze del passato, al quale la Chiesa deve il suo maggior momento d'acme, quando, predicando l'imminente fine del mondo, accatastò donazioni su donazioni dai fedeli sconvolti.

Il Catechismo asserisce inoltre che i vivi possono abbreviare il periodo di mondatura "coi suffragi, ossia con preghiere, indulgenze, elemosine ed altre opere buone, ma soprattutto con la santa messa"; occorre aggiungere che l'indulgenza plenaria possa essere conseguita astenendosi per almeno un giorno intero dal consumo voluttuario e donando un'adeguata somma di denaro per i poveri, pratica inaugurata da Sisto IV, che ben pensò di far pagare un piccolo contributo in danaro a chiunque volesse abbreviare il soggiorno di purificazione nel regno spirituale.
Neppure il Purgatorio è un concetto nuovo, dato che può esser fatto risalire all'Hamestaghna dei persiani. La cosa interessante da constatare è che, pure in tale caso, nonostante questo locus ultramundanus sia di recente rivelazione, la verità divina sembri preesistente all'illuminazione: è necessario che esista tale luogo, come enfatizza il teologo Giuseppe Perardi nel suo nuovo manuale del catechista, poiché

"anche la ragione ci fa sentire la necessità del purgatorio. Niente di macchiato può entrare in paradiso. Ora, quante anime si sono guardate dal peccato mortale, ma tuttavia sono cariche di peccati veniali. Quante anime convertite, tratte dall'abitudine, ricaddero in colpe gravi, di cui si confessarono ma non poterono farne penitenza; e quante anime si pentirono soltanto in punto di morte! Esse non possono entrare subito in paradiso; dovranno venirne escluse per sempre, e andare all'inferno?
Se non esistesse il purgatorio, la giustizia di dio ci apparirebbe troppo spaventosa; potremmo sperare di trovarci, in punto di morte, così puri, così santi da meritare subito il paradiso? La misericordia di Dio ci apparirebbe troppo scarsa, troppo limitata, poiché non potrebbe mai accogliere in cielo le anime ree anche di sole colpe veniali!".

Difatti, i dotti dovevano trovare qualche giustificazione pure alle morti premature, ad esempio quelle dei neonati. Sulla scia di dottori come Agostino, Innocenzo I stabilì che i bambini morti battezzati ma non comunicati sarebbero andati all'inferno; il successore Zozimo la fece meno grave, dando ai vescovi il tempo d'apportare le prove dell'eresia pelagiana, per ottemperare alla quale disposizione fu convocato il sinodo di Cartagine, dove furono stabiliti i dogmi che confutavano il pelagianesimo riaffermando la dottrina del peccato originale, il battesimo dei neonati, l'importanza della grazia divina e il ruolo dei santi.
Ancora fino al tempo di Gregorio Magno, agli infanti non battezzati toccavano le fiamme dell'inferno; poi, gradualmente, la pena eterna venne mitigata con la scoperta del limbo, finché l'antica dottrina fu annullata dal Concilio di Trento, che minacciò la scomunica per chiunque fosse stato contrario alla seguente dichiarazione:

"Finalmente lo stesso santo sinodo insegna che i bambini che non hanno l'uso della ragione, non sono obbligati da alcuna necessità alla comunione sacramentale dell'eucarestia! Rigenerati, infatti, dal lavacro del battesimo e incorporati a cristo, non possono, a quell'età, perdere la grazia di figli di dio, che hanno acquistato".

Recentemente, però, Karol Wojtyla ha asserito che c'è salvezza anche per i bambini morti senza battesimo: per tal motivo il limbo, escogitato dai teologi medievali proprio a tal proposito, "non esiste: e la Chiesa deve annunciare che la salvezza è assicurata anche ai bambini morti senza battesimo, spiegando però in che modo essi partecipano della Redenzione di Cristo pur senza aver ricevuto il Battesimo. E questo senza mettere in questione l'efficacia reale del sacramento"!

A dirla tutta, in Occidente la necessità del Purgatorio è stata scoperta assai tardi, dacché fu dogmatizzata mezzo millennio or sono nei concilii di Firenze e Trento appunto a seguito delle intuizioni di Gregorio Magno nel 539, interpretando la prima lettera ai corinzi (3.10-15) sulla scorta dell'ingegno di Platone (Fedone 62), poi annunziato da Tertulliano e Origene ma praticamente avallato da Agostino, che ciononostante nutriva i suoi buoni dubbi in merito, tant'è che nel Civitate ebbe a scrivere: "A questo parere non mi oppongo, perché forse è vero" (21.26).
Il caveat dell'Ipponate è comprensibile, se consideriamo che parecchi suoi epigoni si trovino nelle medesime ambasce. Sentiamo ancora monsignor Biffi, a proposito di problemi di interpretazione:

"Credo che le tendenze, direi, della pietà popolare, ma forse qualche volta anche la teologia, hanno interpretato il Purgatorio come se fosse un piccolo Inferno. Questo è assolutamente sbagliato. Gli italiani non dovrebbero dimenticare che hanno all'origine della loro identità nazionale una cattedrale di pensiero come la Divina Commedia, nella quale si vede chiaramente che il clima del Purgatorio è la serenità".

Se poi Dante, acre fustigatore di tanti pontefici del suo tempo, si rifacesse a man bassa a Platone ed Aristotele, questo è un altro paio di maniche tanto quanto il fattore d'identità nazionale, che sia esso il cristianesimo o il Fiorentino. "Quanto dura questa «anticamera»?" chiede il cronista:

"Mah... non c'è problema. Qualche teologo che aveva il problema della durata, dice che quello che non può esserci nell'estensione può esserci nell'intensità. Se si applica questo principio, il Purgatorio potrebbe essere anche istantaneo. Quando l'uomo deve entrare al cospetto di Dio, è come quando uno deve andare davanti a un personaggio illustre: è già a posto, si è già lavato la faccia, si è già vestito bene, però cerca ancora di mettersi in ordine... A un certo momento diventa normale: è pronto. Le anime che vanno a farsi belle, dice Dante. Ecco: questo credo che sia proprio il clima del Purgatorio..."

"Mah... non c'è problema.". Oh, somma virtute de li padri antichi! Il giornalista, sicuramente esterrefatto da tanta dialettica, incalza chiedendo al prelato se il il purgatorio non anticipi il paradiso. "Certo che si: il cardinal Schuster", continua prontamente Biffi

"diceva che il Purgatorio è come un corso di esercizi spirituali: uno riflette, pensa, vede le cose sbagliate che ha fatto, gli dispiace, si purifica... proprio anche con quel po' di rossore che gli viene dalle cose che ha fatto. Mi piace pensare che il nostro Purgatorio, il Purgatorio di ciascuno, sia quello di vedere tutte le stupidaggini che abbiamo fatto nella vita. Ce ne verrà un tale rossore — questo è un po' il fuoco del Purgatorio — che ci purifica e ci manda in Paradiso".

A tutte queste asserzioni furbescamente infantiloidi, non sappiamo dire se la buonanima di Schuster stia ancora arrossendo per il caldo supporto accordato a Mussolini e qualche altra marachella terrena!
Simili affermazioni farebbero avanzare una pretesa perversa; non c'è una buona dose di follia, nelle cose che sta dicendo?" chiede attonito l'anchorman.

"Certo. E questo è anche il pensiero di san Paolo. Direi che tutta la prospettiva sullo spirito è una follia per «l'uomo psichico", per l'uomo che non è illuminato dallo Spirito. Ed è la sola follia che ci salva dall'assurdità; l'assurdità di un'esistenza senza scopo, senza esito, senza ragione"

perché, soggiunge Biffi filosofando con Pascal, l'alternativa è "tra l'assurdo e il mistero" dato che "di queste cose non sappiamo molto"! E conclude, impietoso:

"Allora dobbiamo fare il salto e abbracciare il mistero: questo è l'atto di fede. Perché questa è la sola condizione che ci è data: salvare la ragione per salvarci dall'assurdo. Qualche volta a me capita di fare questo esempio: io sono al secondo piano di un edificio e a un certo punto al primo piano si sviluppa un incendio; la scala è crollata, le fiamme salgono e... rendendomi conto di questo, mi affaccio alla finestra e sento una voce che mi dice: «Gettati, che c'è il telone dei pompieri».
Tutto il mio essere non ha voglia di gettarsi, vorrebbe scendere la scala gradino per gradino, ragionamento per ragionamento... ma la scala non c'è piú. Allora quello che sarebbe per sé un atto irragionevole — gettarsi dalla finestra — diventa l'unico atto ragionevole. Così è l'atto di fede. In sostanza, l'annuncio del Vangelo è la voce che mi dice: «C'è il telone dei pompieri: buttati!»".

Ecco in che modo si può credere di salvare la Ragione ricorrendo alla Follia!

Qualora la pecorella smarrita rifiutasse d'avvalersi del comodo "telone" offerto dalla Madre Chiesa, non rimane alcuno scampo; il temibile forcone di Satana attende chi rigetta la Lieta Novella, dritto dritto nei tetri scantinati dell'Aldilà!
A proposito dell'inferno che attende gli impenitenti, il papa riepilogava dicendo che la Chiesa "nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro i quali muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, ove subiscono le pene dell'inferno, «il fuoco eterno»", a cui riguardo le affermazioni delle scritture e gli insegnamenti della chiesa

"sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa, quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanti pochi sono quelli che la trovano!» [...] Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; questo è la conseguenza di un'avversione volontaria a dio [ovvero un peccato mortale], in cui si persevera fino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la chiesa implora la misericordia di dio, il quale non vuole «che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi»".

Riassumendo, il dio onnipotente, buonissimo ed onnisciente che dovrebbe sapere in anticipo chi siano coloro i quali egli stesso ha destinato alla dannazione, promulgherebbe delle leggi affinchè l'uomo, al quale avrebbe accordato il "libero arbitrio", possa redimersi e convertirsi per conseguire la beatitudine, perché in fondo "non desidera che alcuno perisca".
Fortunatamente c'è la Chiesa, a tentare di rabbonire con le sue preghiere un nume affetto da demenza senile, senza però preoccuparsi di trasformarlo in un banale ibrido tra la deità mercantile di Mosè e uno Zeus qualsiasi: la Tradizione sarà salva, ma la filosofia e la logica finiranno, come al solito, confitte alla croce della follia umana, ancorché "divina".

Per chiosare adeguatamente a tutto questo immondo can-can, il mite Gesù in persona interviene parlando con accenti inusualmente brutali tratti dalle righe matteane a proposito della Geenna, il fuoco inestinguibile della mitologia ebraica, riservato

"a chi fino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. Gesù annuncia con parole severe che egli «invierà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori d'iniquità e li getteranno nella fornace ardente», pronunziando la formula di dannazione: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!»".

Già che ci siamo, mi preme ricordare che la Geenna per gli ebrei fosse piuttosto una sorta di purgatorio, dato che essi non concepivano inferno e paradiso; quindi, Gesù dovette aver attinto da qualche nozione ben più antica dell'ebraismo biblico, ad esempio cananea o caldea. Peraltro, la chiesa romana insegna che il mistero della conoscenza dei mondi ultraterreni provenga dalla diretta testimonianza di Gesù, oltreché dalla tradizione consolidata trasmessaci dai saggi.
Agli effetti, se da un lato la nozione dell'inferno come pena apparve soltanto a partire dal Concilio di Costantinopoli, la dottrina della discesa agli inferi enunziata nel Credo degli apostoli e di Atanasio costituisce mero folklore deutero-politeista, di cui già diede nota ancora Platone sempre nel Fedone (107-114); non esiste in nessuna parte dei vangeli, ma inizia a comparire solo a partire da Paolo di Tarso in poi. La chiesa stessa non è certa della sua origine e genuinità, al punto che non le è chiaro donde sia stata ricavata: infatti, il Catechismo rivela che "frequenti affermazioni" del Nuovo Testamento "presuppongono che Gesù prima della sua resurrezione abbia dimorato presso i morti" (1.2.5.1).
Invero, tutto ciò era ben noto ai pagani, non agli evangelisti: il tema dei tre giorni era in voga già tra gli ebrei, ma si riferiva a nozioni egizie (come nel caso di Lazzaro), in base alle quali si credeva che l'anima rimanesse in stato sospeso per tre giorni prima dell'inumazione (usanza perpetuatasi fino ad oggi, d'altronde). Certe descrizioni offerte con una così grande sicumera, erano perfettamente equiparabili ai reportages di Gilgamesh, Ulisse, Enea, Artù, Orfeo, Eracle, Ishtar e altri personaggi mitologici che tornano dall'aldilà e ne descrivono le minuzie, al punto che non dovremmo meravigliarci se ad esempio ritroviamo il poemetto babilonese La Discesa di Ishtar replicato quasi parola per parola nel Vangelo di Nicodemo.
Voltaire avrebbe concordato su tutta la linea, e per questo motivo non vedrei di meglio che chiudere con le sue argute parole:

"Il Simbolo, o collatio, proviene dal greco sumballein, e la chiesa latina, che ha preso tutto da quella greca, ha adottato questo termine. I teologi, perlomeno quelli che hanno un minimo d'istruzione, sanno che questo Simbolo, detto «degli apostoli», non è affatto degli apostoli. I greci chiamavano «simbolo» le parole, i segni con cui si riconoscono fra loro gli iniziati ai misteri di Cerere, di Cibele, di Mitra; anche i cristiani, col tempo ebbero il loro simbolo. Se fosse esistito all'epoca degli apostoli, v'è da credere che Luca ne avrebbe accennato.
Si attribuisce a sant'Agostino una storia del Simbolo nel suo Sermone 114 [...] Nell'ultima edizione, questa favola è stata soppressa: mi rivolgo ai reverendi padri benedettini per sapere se bisognava o no sopprimere questo brano così singolare. La verità è che nessuno sentì parlare di tale Credo per più di quattrocent'anni [...]
Gli apostoli ebbero il nostro Simbolo nel cuore, ma non lo misero per iscritto; se ne formulò uno al tempo di sant'Ireneo, che non somiglia affatto a quello che recitiamo. Il nostro Simbolo, qual è oggi, risale certamente al V secolo: è posteriore a quello di Nicea. L'articolo nel quale si dice che Gesù discese all'inferno, quello che parla della comunione dei santi, non si trovano in nessuno dei simboli che precedettero il nostro; infatti, né i vangeli né gli Atti degli apostoli dicono che Gesù discese all'inferno [...] Ecco perché sant'Atanasio ci insegnò poi come il nostro Salvatore discese all'inferno: «La sua umanità non fu né tutta intera nel sepolcro, né tutt'intera nell'inferno: essa fu nel sepolcro secondo la carne, nell'inferno secondo l'anima».
San Tommaso assicura che i santi resuscitati alla morte di Gesù cristo morirono poi di nuovo, per resuscitare alla fine ancora con lui; è l'opinione più seguita. Ma tutte queste opinioni sono assolutamente estranee alla morale; bisogna essere virtuosi, sia che i santi siano resuscitati due volte, sia che dio li abbia resuscitati una volta sola. Il nostro Credo fu formulato tardi, lo ammetto: ma la virtù esiste sin dall'eternità".
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